Recensione di "Assolutamente deliziose" di Claire Dowie con Ottavia Orticello e Flavia Man


ROMA - Per arrivare all’Ar.Ma teatro bisogna attraversare uno di quei bei cortiloni romani inizio Novecento in cui si sentono pentole che sbattono sui lavandini e madri che rimproverano i figli. Questo sapore d’intimità condivise è il tappeto che porta al piccolo spazio teatrale, dove è in corso il DOIT Festival con Assolutamente deliziose di Claire Dowie, interpretato da Flavia Mancinelli e Ottavia Orticello, diretto da Emiliano Russo, che l’anno scorso con From Pinocchio ha ottenuto la menzione speciale “Migliore regia”, nell’ambito della stessa manifestazione.

Si entra in sala ed è come tornare a casa. Le cugine A e B, la Mancinelli e la Orticello, si stanno riscaldando – hanno indosso una vestaglia da pugili, ma l’aria di due bambine che giocano – tirano pugni in aria, sorridono, si rincorrono, rischiano di scontrarsi con gli spettatori, impegnati nella ricerca di un posto sulla gradinata. Niente quarta parete, dunque, e una scenografia semplice: una grande A verde, una grande B rosa, due sgabelli, due portaoggetti che scendono dal soffitto.

Siamo seduti ormai, siamo a casa. Ma il gioco si fa serio. Le due cugine ricordano l’infanzia e ripassano la loro vita poco prima di andare al funerale della madre di B, che ha chiamato A per non affrontare sola questo momento. B è stata lasciata dalla madre nella famiglia di A all’età di sette anni, le due hanno vissuto insieme fino a 16. Tra di loro c’è stato tutto: gelosie, attrazione, repulsione, scoperta, segreti, intimità, sogno, ideale, caduta. Lo scontro fisico diventa scontro verbale, incalzante, circolare, scandito da un ring, spietato, sostenuto da una tecnica attorale affinatissima.

Sullo sfondo dei sentimenti tra queste due donne di 40 anni, il femminismo e la sua storia, quella che Claire Dowie ha vissuto in prima persona: “La gerarchia patriarcale sarà abbattuta e rimpiazzata da una società più giusta ed equa” dice B ad A, facendo il verso alle lotte del passato. A ascolta, risponde, ma presto rivoluzione e vita privata si mescolano. A è ancora innamorata della cugina B, che pure l’ha lasciata per raggiungere la madre in Australia e poi fare la sua carriera.

Solo alla fine comprendiamo, grazie anche alle scelte registiche di Emiliano Russo, che questo amore forse omoerotico è soprattutto una metafora politica. L’allegoria di un mondo femminile che deve ricompattarsi. Perché il primo nemico da sconfiggere è la disunione, su cui hanno agito il materialismo, la mercificazione dell’essere, pervadendo la società, sotto le mentite spoglie del benessere. E allora la storia squinternata di queste due cugine – una goffa, l’altra seducente, una maschiaccio, l’altra “brava bambina” – si trasforma in vicenda eminentemente politica, in teatro civile, che entra nella vita e tenta di confrontarsi con le sclerosi delle mentalità dominanti.

Lo spettacolo diventa una riflessione lucida sui fraintendimenti ideologici del passato, sull’educazione. Dice A a proposito di sua madre, sorella della defunta: “Lei aveva la sensazione che addrizzare le spalle e non mangiarsi le unghie fosse in qualche modo importante per la vita, mentre ragionare non lo era”. Da parte sua B, taglia corto sulle questioni di identità sessuale: “Sei ancora paranoica rispetto al genere”. A era meno femminile, eppure ha scelto la maternità, B “che potrebbe anche permettersi una tata” e dei figli, ha scelto la carriera. Ancora una volta la sottolineatura della divisione, dello spacchettamento del femminile, dell’opposizione tra istanze, in un mondo in cui ognuno soffre “a modo suo”.

E invece A e B sanno di aver bisogno l’una dell’altra, anche se lo capiscono solo su un piano irrazionale, invisibile, nel richiamo che le porta a materializzarsi insieme sulla scena, a chiedere a noi pubblico, che forse siamo la C, di aiutarle a rileggere la loro storia, di partecipare ai loro contrasti.

Uno spettacolo che si beve alla goccia e ci inizia alle gioie e agli imprevisti dello Stand-up Theatre dell'autrice inglese Claire Dowie. Perché è così, con umana concretezza, che questa scrittrice, refrattaria a ogni definizione, delinea dissacrante e briosa le sfide irrisolte del femminile, rilegge, con una risata rispettosa, persino dolce, le lotte del passato, punta il dito sulle trappole della disidentità, frutto delle “etichette”, ma anche della confusione ideologica, e traccia le linee per un futuro più consapevole.

Emiliano Russo costruisce con grande intelligenza una regia di scalmanata gioia e ne fa anche spettacolo musicale, in cui colloca, puntuali, note canzoni a scatenare trasformazioni, a spaesare, a modificare l’andamento dello spettacolo. Ma, in particolare, disegna i confini del rigore e dell'improvvisazione, perché le attrici si affrontino a colpi di parole dentro il ring della memoria e del presente.

Flavia Mancinelli entra per la prima volta in questa costruzione con grande agio e si dimostra perfettamente all'altezza del rischioso gioco, del continuo dentro e fuori metateatrale, sfruttando al meglio e con la giusta empatia le possibilità di questo teatro “all’impiedi” anglosassone, cui il pubblico italiano non è abituato.

Ottavia Orticello, che ha anche curato la traduzione, chiama a sé le sue indiscutibili qualità di attrice: utilizza la voce come un pantografo, e in ogni scala riproduce il volto complesso dell’emozione di un personaggio che non sa fino in fondo chi essere, ma si cerca e reclama per sé una parte perduta, la sua A. La Orticello accoglie nelle nervature scarne della sua fisicità il corpo della storia femminile, il rapporto con il materno, il senso della reificazione, l’idea di sorellanza. La drammaturgia di Claire Dowie e il guizzo del regista – in questo che è e resta uno spettacolo complesso, pur nella sua allegrezza scanzonata– costringono l’attrice a correre sul crinale del dolore e del grottesco, al limite del trash. Eppure la Orticello, come solo può un'attrice dagli infiniti registri di vita, consapevole che il divino si nasconde nella sfumatura, dà fondo a ogni energia, trova nuovi spazi di interpretazione e li abita, entra e ci fa entrare nelle sfaccettature della metafora, che è il più difficile di tutti i ruoli scenici. E noi questo personaggio sbattuto all’inferno lo scorgiamo risalire su, verso il traguardo delle nostre attese, e pare “di costoro/ quelli che vince, non colui che perde”.

Via all'articolo su Dazebao News

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