"Lacci" di Starnone: dove solo Orlando può


Foto di Nevio Vitali


Un’affinità esclusiva lega Domenico Starnone e Silvio Orlando. Anzi, no, non possiamo parlare di semplice affinità: sulla scena di Lacci, tra la scrittura dell’autore e la complessione dell’attore c’è pura passione d’amore. Spesso, però, la passione amorosa fa sì che l’universo gioisca quando l’amato è lì con noi e che tutto crolli quando si allontana.

È quanto avviene al Piccolo Eliseo, dove la riduzione teatrale del romanzo di Starnone, da lui stesso compiuta, e messa in scena dal regista Armando Pugliese, spinge lo spettatore in un’altalena di amore e di niente. Perché quando Silvio Orlando prende la parola, con quel suo peculiare eloquio – un flusso non convenzionale, in cui le parole più che pronunciate sono trascinate e si trasformano in sonorità espressiva – allora tutto si accende sul palco, prende vita, ma se l’attore tace o esce di scena, improvvisamente lo spettacolo si assopisce e abbraccia nel suo sonno buona parte della platea.

La struttura perfetta del romanzo è riproposta nella Dramaturgie. Un errore.

Il romanzo si apre con le lettere di Vanda al marito Aldo, andato via di casa con la giovane Lidia, di cui si è innamorato. Allo stesso modo, ad apertura di sipario, l’attrice che impersona Vanda – Vanessa Scalera – recita queste lettere mentre il marito Aldo – Silvio Orlando – è intento a leggerle a mente: insomma lei interpreta quel che Aldo legge, come se i due non fossero lì vicini. Ma queste riflessioni di Vanda, che nell’intimità della nostra lettura solitaria proiettano una grande forza, sulla scena si trasformano in un monologo privo di sussulti, in cui il linguaggio si rarefà e non sostiene le atmosfere del teatro. Questa supplica al marito di tornare, che poi si fa rabbia, odio, disperde la sua energia prima di oltrepassare il palcoscenico, si infrange sulla ribalta. L’analisi psicologica è affilata, bergmaniana, eppure fragile, alla prova spietata del teatro.

Nella seconda parte torniamo al presente, sono passati trent’anni da quelle lettere, Vanda e Aldo, che ormai è un autore televisivo di successo, vivono di nuovo insieme. Rientrando trovano la casa a soqquadro: qualcuno è entrato, ha rovistato ovunque, senza prendere nulla, a parte alcune foto di Lidia che Aldo, all’insaputa della moglie, teneva nascoste in una scatola blu a forma di cubo comprata a Praga. Inoltre non si trova più il gatto, Labes, nome scelto da Aldo e sempre venduto ai suoi familiari come diminutivo di “La bes-tia”, ma che in realtà è la parola latina “Labes”: “crollo”, “distruzione”. Questo nome assume significati simbolici profondi agli occhi di Vanda, quando, raccogliendo da terra un dizionario latino, aperto proprio sul lemma sottolineato a penna, scopre il gioco linguistico pensato dal marito.

Tutto questo corpo centrale – costituito principalmente dal dialogo di Aldo con la moglie, con il vicino Nadar (Roberto Nobile), e poi di nuovo con la moglie – ha grandissima efficacia. I registri variano dal comico, al lirico, al drammatico, gli scambi sono vivi, intensi, e Orlando emana la scrittura di Starnone con quella passione che si diceva, rendendola bruciante anche nella verticalità della scena. Su questa sua vitalità si innestano e prendono forza gli altri attori, ma è una scrittura scenica che Orlando stesso crea, traducendo la linfa magnifica del romanzo in dinamica emotiva, con l’umanità disarticolata ed empatica dei suoi movimenti, con un minimo cenno del viso, una compressione di energia nel corpo che si ferma per un attimo, con un’espressione dei suoi occhi parlanti. I due bravi compagni di scena trovano in questa sua scrittura scenica materia per dare il loro contributo.

Così il cuore dello spettacolo pulsa, emoziona, fino a portarci dentro l’idea centrale del romanzo: quei “lacci”, quei “lacci” delle scarpe che Aldo e suo figlio Sandro annodano allo stesso modo, un modo unico, solo loro, che li unisce e li contraddistingue, anche se padre e figlio hanno vissuto lontani per anni, il primo sempre dietro al suo grande amore extraconiugale Lidia, il secondo affidato alla madre Vanda. Quei lacci sono il legame, il richiamo della paternità, dell’amore filiale, il nodo invisibile che segna i nostri destini e si stringe in certi momenti, ci convince a tornare sui nostri passi: “Disse: mostraci come fai, e mi resi conto che anche lei, pur prendendo in giro il fratello, stava cercando, con quella storia dei lacci, la prova che non ero un signore qualsiasi cui bisognava attribuire il ruolo di padre, ma qualcosa in più. Chiesi: volete che adesso, qui, vi faccia vedere come mi allaccio le scarpe? Sì, disse Anna”. Poesia.

La terza parte di quest’atto unico ci svela il potente congegno narrativo che Starnone ha applicato alla storia, tessendo una trama impeccabile per un romanzo.

Una nuova analessi, un flashback, porta allo scioglimento del mistero della casa oltraggiata: quella violazione del focolare, dell’Heimat, quasi un nido di Atridi, approfondisce ancora di più lo spessore analitico del romanzo, la riflessione sull’ambiguità dei legami, del matrimonio, della famiglia. L’intreccio funziona perfettamente e tuttavia questo terzo movimento, affidato ai due figli Sandro (Sergio Romano) e Anna (Maria Laura Rondanini), segna una nuova caduta dello spettacolo. Perché quel linguaggio così vero a leggersi non ha però dimensione scenica, né gli interpreti riescono a metabolizzarlo. Forse l’autore sarebbe dovuto intervenire sulla struttura, eliminando la prima parte – drammaturgicamente del tutto superflua, e recuperabilissima nel dialogo tra Aldo e Nadar. Avrebbe dovuto arricchire sempre i dialoghi di quell’extraquotidiano di cui il teatro non può fare a meno.

In questo caso il grandissimo Starnone è stato un debole Dramaturg di se stesso. Cose che capitano.

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