Riflessioni salottiere e non sul festival romano "I solisti del teatro"

I miracoli di Carmen e la Marianna di Raffaella

Parte prima - Il contesto

Ai Giardini della Filarmonica andiamo tutti, l’estate. Tutti andiamo per controllare se tutti vanno. E se non tutti vanno, tutti però vorrebbero andare. E se uno manca, tutti lo sanno. Perché ai Giardini della Filarmonica, tutti si guardano, l’estate, tutti sperano di essere guardati, quando Carmen Pignataro ridà vita, con poche risorse e molto impegno, al festival dei Solisti del teatro.

E così, siamo tutti contenti, tutti noi scrutatori scrutati, che anche quest’anno Carmen abbia compiuto il miracolo. Tutti, tutti? Sì, proprio tutti. Perché se gli appuntamenti dell’estate romana sono belli, nessuno è bello come i Solisti, che quest’anno raddoppia e resiste fino al 7 settembre.

E risiamo tutti qua, nel segno di questa totalizzante contentezza, nel giardino della signora col sigaro, che trasforma la selvatichezza romantica del luogo in salotto en plein air. Nella Roma in cui i luoghi di incontro degli artisti e degli intellettuali sono spariti tutti, qui tutti sappiamo che tutti ci troveremo. E non è tutto. Se dovessi raccontare quello che tutti sanno a un ipotetico lettore, per sua sventura non facente parte dei tutti, gli direi che, l’estate, I giardini della Filarmonica sono quel luogo in cui il palcoscenico non si sa dove inizi, né dove finisca, quel luogo in cui lo spettacolo non si sa quando cominci, né quando termini, in cui attori e spettatori non sono poi così distinti, visto che il pubblico, tra l’altro, è costituito in buona parte da artisti.

Alla Filarmonica bisogna andare, l’estate (e trovare il modo di riossigenarla l’inverno). Bisogna. Qui tutti siamo glamour, chic, fashion e qualche altro forestierismo che, al momento, non mi viene in mente. Tutti. Sì. L’intellettuale che non sa di esserlo e quello che non sa di non esserlo (per non parlare di quello che sa di non esserlo), il vecchio critico brillante, quello livoroso e poco ammiccante, veri e presunti attori, registi, musicisti, musici e musicanti, muse sui tacchi a spillo che sfidano il brecciolino, taglie forti e taglie deboli, Roma bene, Roma Nord, Roma Centro e qualche rappresentante di altra Roma e provincia. È solo un’ipotesi azzardata, però, qui, sacro e profano, alto e basso, crudo e cotto, ricco e povero, borghese e antiborghese si sposano talmente bene che, secondo me, in un posto così, molto più social dei social, si troverebbero d’accordo persino spiriti lontani come Selvaggia Lucarelli e Andrée Ruth Shammah, anche perché non ci sono piscine (se volete approfondire, leggete la polemica tra le due che ha animato la prima parte dell’estate). Quando entri in questo luogo segreto di Roma, passato l’arco della Casina Vagnuzzi – un edificio risalente al XVI secolo su cui nel XIX intervennero il Valadier e Luigi Canina – ti sembra di avere davanti un bosco, e se c’è il bosco, di solito, c’è la fiaba. A sinistra distingui due cariatidi, con quel tanto di sentimento romantico della rovina abbandonata , poi, oltre i tavolini della biglietteria, l’occhio è attratto dagli enormi bambù, che lasciano filtrare la luce calda del ristorante all’aperto, con i suoi tavoli al lume di candela, uno stile quasi rococò pop, molto ironico, sullo sfondo di una dacia di legno dimenticata. Si beve, si chiacchiera, si va al buffet, si mette poco cibo, dicendo al cameriere, “Poi ripasso”, per avere la scusa di attraversare il boschetto mangereccio più volte, guardare chi c’è e farsi vedere, ma il cameriere ti dice: “Ma no, lo riempia adesso, come la torre di babele, se no poi non mi ricordo che ha già pagato”. E allora si carica il piatto come se non ci fosse un domani e, quatti quatti, si lambisce il perimetro indefinito del ristorante, sperando questa volta che nessuno ti veda, mentre vai via, magari con il tuo abito lungo, l’abbronzatura e l’ultimo smalto Chanel, ai piedi un sandalo Ferragamo e tra le mani una spaghettiera da caserma.

Verso le 21 e 45 c’è un tramestio, dopo che un suono ha annunciato l’imminente inizio dello spettacolo e tu sei lì, col tuo piatto ancora straripante di straccetti, orecchiette bufala e pachino, pollo e couscous al curry, che devi decidere se finire di mangiare ciò che mai avresti mangiato a casa tua o precipitarti a prendere i posti migliori tra quelli rimasti. Ognuno fa la sua scelta, quale sia la migliore dipende da sera a sera.




Parte seconda – I miracoli di Carmen Pignataro

Carmen è la direttrice organizzativa e artistica della rassegna. Come questa partigiana del teatro riesca a ricoprire due ruoli tanto impegnativi non è noto, ma è così da anni. Ormai la manifestazione è arrivata alla sua ventitreesima edizione. Quest’anno poi, con un finanziamento del comune di 20.284 euro, la Pignataro porta sul palcoscenico 37 spettacoli differenti. Chiaramente, in questa situazione, la direttrice non può che proporre bassi cachet o chiedere agli artisti di “andare a incasso”.

Tra i 37 spettacoli, com’è ovvio che sia, ci sono stati – e ci saranno, ma direi in misura minore – anche lavori non proprio memorabili, quest’anno.


Parte seconda – Miracolo primo. “Le nozze di Cana”

La Pignataro ha scelto per questa edizione un miracolo rischioso.

Il fatto è che Carmen è troppo generosa e proprio in alcune delle prime sere della rassegna ha dato fiducia e ospitato in questo spazio unico lavori che, talvolta, non lo meritavano. Così tutti si chiederanno, proprio come nel racconto evangelico, come mai il vino buono sia stato portato, soprattutto, nella seconda parte della rassegna, mentre di solito si offre all’inizio e solo dopo, quando sono tutti un poco ebbri, si fa arrivare quello meno buono.

Perché, scusa tanto, attrice di cui non faccio il nome – e che tra l’altro non hai colpa, giacché il responsabile, è chiarissimo, è il regista di cui di nuovo non faccio il nome – ma come ti viene in mente di dire a fine spettacolo: “Questo è uno studio, ci tengo a precisare”? E allora anche io spettatore ci tengo a precisare che me lo dici prima che il tuo è uno “studio”, non dopo che hai percepito l’atmosfera di gelo generale – fatte salve due signore mai state a teatro – e ti è venuto il dubbio che un’ulcera perforante abbia colto la povera direttrice artistica. Per quanto la sperimentazione sia nella natura di un festival, il consiglio a Carmen è dunque quello di essere meno generosa, di non permettere, non a tutti, di trasformare il palco della Filarmonica nella propria sala prove, a meno che non siano loro stessi a dichiararlo già nel programma e a pagare un affitto. Poi, certo, se a fare uno studio sono Peter Brook o Peter Stein, allora il biglietto può anche costare il doppio. Ma no, non erano loro. Il fatto è anche che, se proprio all’inizio di una rassegna gli spettatori bevono il vino meno buono, finiscono per credere che sia stato davvero un peccato affrettarsi a occupare i posti migliori, lasciare nel piatto quel couscous al curry che meritava molto molto di più il nostro tempo e la nostra attenzione. Quel che è più grave è che penseranno non valga la pena seguire il resto del festival, mentre il resto è molto promettente e lo vedremo.


Parte seconda- Miracolo secondo – La moltiplicazione dei pani e dei pesci

Archiviato il vino meno buono, veniamo al secondo miracolo di Carmen. La direttrice è riuscita a radunare non solo nomi e grandi nomi, ma anche, quel che più conta, valori sicuri e sfide interessanti. Sono passate sul palco giovani attrici con una proposta stimolante come Girls Like That di Evan Placey, patrocinato dall’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica Silvio D’Amico, poi teatro civile come Refugees e inoltre sono in cartellone nomi eccellenti e rassicuranti come Paolo Bonacelli, con i sonetti di Shakespeare, Giuseppe Pambieri e il suo Pirandello, Pino Strabioli con uno spettacolo su Sandro Penna, Maria Paiato. Di più, il festival ha ospitato serate di Roma Poesia e anche alcune performance di danza. Un’offerta assai ricca, che sorprende per quantità, non di rado per qualità. Considerati i suddetti finanziamenti, si è trattato di una vera moltiplicazione dei pani e dei pesci.




Parte terza – La Marianna Ucrìa di Dacia Maraini e Raffaella Azim. Un esempio di vino buono

Il 2 agosto, ai Giardini, è andato in scena La lunga vita di Marianna Ucrìa una riduzione teatrale, monologica, del romanzo di Dacia Maraini, Campiello nel 1990.

Interprete principale ne è stata Raffaella Azim, affiancata da Francesca Conte, diretta da Daniela Ardini. Il 2 agosto, sì, quindi sono passati alcuni giorni, utili per pensare. Nel frattempo il lavoro ha incassato le recensioni positive dei critici Franco Cordelli e Marcantonio Lucidi.

Premessa-confessione.

Un sentimento di amicizia mi lega tanto a Raffaella quanto a Dacia, per cui mi sono recato alla Filarmonica preoccupato per entrambe.

Avevo visto la Azim recitare questo stesso testo a Ostia, in una prima versione già molto persuasiva, ma non ero certo che la riduzione audace avrebbe convinto la Maraini.

A teatro Marianna c’era già stata, quando, nel 1991, Pippo Baudo chiese all’autrice una drammaturgia, che Lamberto Puggelli mise in scena con 16 attori. Però è cosa ben diversa realizzare uno spettacolo corale, con una ricostruzione filologica di scene e costumi, e condensare invece tutte le voci, compresa quella muta di Marianna, in un solo corpo, per quanto efficace sulla scena come quello della Azim.

Si aggiunga il fatto che Dacia, come sempre in anticipo, è corsa a prendersi un buon posto, mentre io, attardatomi sul couscous, sono rimasto qualche fila più indietro, senza così poter scambiare con lei, in tempo reale, quelle recensioni oftalmiche con cui comunichiamo durante gli spettacoli.

Fine dell’autobiografismo, inizio della recensione.

Se si vuole mettere in scena un romanzo, ancor più un capolavoro riconosciuto della letteratura, bisogna essere certi di poter aggiungere qualcosa rispetto a quello che la lettura solitaria offrirebbe. Un gesto che spiega un sentimento più delle parole, un’immagine capace di penetrare le pagine silenziose e di farle accadere nell’eterno presente del palcoscenico. Si può portare a teatro una grande storia, una metafora entrata nell’orizzonte collettivo, sapendo, però, che non si posseggono i mezzi del cinema, ma “solo” voci e corpi, pochi oggetti, un pubblico disposto a seguire, se ben guidato, ad abbandonarsi alle convenzioni del linguaggio scenico. Serve, in buona sostanza, molta consapevolezza. Raffaella Azim e Daniela Ardini hanno dimostrato di averne.

Il palco dei Solisti è una semplice struttura con una graticcia senza pretese, ma gode, dietro di sé, del fondale di una natura rigogliosa, che non si può che assecondare con la semplicità dell’allestimento. In scena solo cinque microfoni ad asta, una metafisica scultura sferica in legno, un mannequin sopra un piccola pedana, un baule. Tutto qui. Ed è proprio così, con una breve lista di suppellettili che si può raccontare al meglio la lunga vita di Marianna Ucrìa. Una nobildonna siciliana del Settecento, sordomuta, che viene data in sposa al vecchio duca-zio. La sua menomazione, si scoprirà dopo, è la conseguenza dello stupro compiuto su di lei, quando era una bambina, dallo stesso duca-zio, cui viene data in moglie. L’amato padre combina infatti il matrimonio per due ragioni: evitare lo scandalo, semplificare la sorte di una ragazza ‘disonorata’ e scongiurare il manicomio a cui erano destinati i sordomuti.

La verità sulla propria vita, l’emancipazione intellettuale, la riscoperta della propria femminilità, al di là della maternità, sono l’asse portante del racconto, attraversato poi da personaggi familiari come la nonna Giuseppa, serve come Fila, Peppinedda, amori come Saro, fratello di Fila, e il pretore Camaleo. Di tutte queste istanze si fa carico Raffaella Azim, pur restando sempre e soltanto Marianna. L’attrice interpreta la nobildonna, all’inizio indossa un abito del Settecento, scelto da Luigi Piccolo e rifatto a mano dalla sartoria Farani. Entra, in questi panni, nel pieno del suo ruolo sociale, complesso, prezioso. In seguito, però, con l’aiuto della serva Fila (Francesca Conte), l’abito va sul mannequin e veste così l’intera scena, diventa il simbolo della sovrastruttura siciliana, mentre Marianna, sottabito di lino e corpetto, può iniziare il suo intimo viaggio. E i costumi sono simbolici e importanti in questo lavoro. Alla fine la Azim indosserà l’Andrienne, nella sua variante à plis Watteau, un abito citato dalla Maraini la cui moda, lanciata dalla Corte di Parigi, si era diffusa nel Settecento a Palermo. Nel 1703 l’attrice Therèse Dancourt l’aveva indossato nell’Andrienne , appunto, del drammaturgo Baron, interpretava, in questa commedia ispirata all’Andria di Terenzio, il ruolo di una donna incinta che doveva nascondere la sua gravidanza.

Lo spettacolo ha molti punti di forza.

Per prima cosa la drammaturgia sapiente, che isola i nuclei centrali del romanzo e, senza tradire mai il testo originario, li dispone per offrire con chiarezza l’intreccio del romanzo.

Le parole della Maraini, poi, risultano tanto più vere e credibili nell’emissione ora estatica, ora intimistica, ora persino espressionistica della Azim, in un variare di modulazioni della voce che rendono il corpo senza età di quest’attrice eternamente giovane, eternamente bella, un fulcro di energie e di trame perfettamente controllate. Uno spettacolo recitato sempre al secondo grado, quello, concordo con Lucidi, antinaturalistico, e dunque metaforico, che le permette di essere, bambina e donna, sé e altro.

Una scelta che sembra riflettere anche molti impianti drammaturgici della Maraini, ispirati al Teatro Nō, in cui i personaggi della scrittrice si raccontano dopo la morte, interno ed esterno a un tempo, sguardo e oggetto. Ma questo saper essere al di fuori non significa, qui, essere straniati in senso brechtiano, quanto piuttosto dominare il racconto lucidamente, partecipandovi come chi, avendo vissuto, risente e rivive fino a essere nuovamente. Una prova non facile, da grande interprete. Raffaella lo è.

Troppo spesso si dimentica, d’altronde, la storia delle attrici, una storia che nel caso della Azim comprende, tra gli altri, Aldo Trionfo, Dario Fo e soprattutto Franco Parenti. Né si può ignorare, in Raffaella, l’intelligenza e il raro pregio dell’umiltà, che l’ha portata a rivolgersi a una bravissima regista e a sottoporsi a una severa direzione delle intenzioni espressive, invece di scrivere sulla locandina, come troppo spesso avviene ultimamente: pensato, sognato, scritto, diretto, interpretato, trasumanato e recensito dall’attore Pinco Pallo.

E venendo proprio ad aspetti di regia: i cinque microfoni, visione quasi aberrante, sono invece una delle intuizioni più potenti della Ardini. Essi sono prolungamenti esterni della voce, anzi, protesi vocali, a differenza di un archetto, un microfono pulce, che si confonde con il corpo, essi sono, per l’attrice, altro da sé. Diventano come il blocchetto di fogli, pur presente, che la sordomuta utilizza per comunicare con il mondo, sono icone del suo handicap, del suo limite, ma anche le valvole del suo pensiero. Allo stesso tempo rappresentano un perimetro entro cui agire, riscaldano la scena e costringono l’attrice a uno spostamento che non concede allo spettacolo stasi, lentezze, crolli del ritmo. Calibrata anche la scelta delle musiche, composizioni di Luciano Berio, come grida laceranti, decompressione di emozioni e sentimenti trattenuti dalle corde mute di Marianna. Musiche che non servono, come vogliono alcuni registi, a strappare l’applauso, a portare l’emozione al parossismo, ma che entrano in perfetta consonanza con l’interprete e creano scansioni funzionali per lo spettatore. La felice chiarezza non è mai schematica tuttavia, perché l’impianto della messa in scena è fluido, una struttura non priva di anima. Infine, la presenza di un’interprete LIS permette a spettatori sordomuti di godere dello spettacolo e inoltre moltiplica e approfondisce i significati, in un gioco di specchi capace di rendere al meglio l’idea dell’afonia di Marianna, che la Azim, in alcuni momenti, nello scambio con Fila, stilizza, confermando il valore simbolico delle sue scelte interpretative.

La Marianna di Raffaella è archetipo, metafora, spazio umano in cui si compie l’ardua speranza di ciascuno, il tentativo di dare parola ai propri silenzi.

E, come era auspicabile, lo spettacolo ha incontrato il favore anche di Dacia, che, al termine dell’esecuzione, ha dichiarato pubblicamente la sua gratitudine per una messa in scena così felice.

Questo è uno degli spettacoli – ma ce ne sono stati e ce ne saranno altri – che confermano come I solisti del teatro sia uno degli eventi più ricchi, costruttivi e purtroppo, in proporzione, meno finanziati dell’Estate romana. Credo che i politici di tutti i colori dovrebbero tenere più in considerazione un’imprenditrice culturale coraggiosa e capace come Carmen Pignataro, capace di far vivere e sopravvivere i luoghi magici e quasi perduti di una città sempre meno eterna.

Gli articoli su Dazebao News:


http://www.dazebaonews.it/cultura/cinema-teatro/item/43547-i-solisti-del-teatro-riflessioni-salottiere-e-non-sul-festival-romano.html


http://www.dazebaonews.it/cultura/cinema-teatro/item/43549-i-solisti-del-teatro-i-miracoli-di-carmen.html


http://www.dazebaonews.it/cultura/cinema-teatro/item/43553-i-solisti-del-teatro-la-marianna-di-raffaella.html




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