Il teatro di Arthur Miller contro la società dei corrotti


"Erano tutti miei figli" è in scena al Teatro Palladium fino al 21 febbraio con Mariano Rigillo e Anna Teresa Rossini

di Camilla Romana Bruno e Eugenio Murrali

Dialoghi taglienti attraversano lo spazio minimal in un'atmosfera lunare: a Roma la parola scarna e feroce di Arthur Miller è di scena per aggredire i pensieri dello spettatore e metterlo in crisi una volta di più. A dieci anni dalla scomparsa del drammaturgo americano, il regista Giuseppe Dipasquale allestisce "Erano tutti miei figli" (traduzione di Masolino D'Amico). Mariano Rigillo è l'interprete principale e — con la sua eleganza, la sua sobrietà — il protagonista indiscusso del dramma della famiglia Keller. L'uomo, Joe Keller, è proprietario di un'industria che produce componenti di aeroplani, ma durante la Seconda Guerra Mondiale ha fornito all'aviazione pezzi saldati male, rendendosi responsabile della morte di ventuno piloti. Keller è riuscito a far incolpare il suo socio Steve, che ora è in carcere. Insieme allo scandalo però l'industriale è stato travolto anche dalla morte del figlio Larry Keller. Su questi due binari procede l'intero dramma con il suo intreccio di cinismo e pentimento, menzogna e dolore. Nel corso dello spettacolo Rigillo si trasfigura, sul suo corpo disegna il portamento altero e arrogante del magnate spregiudicato che man mano lascia il passo alla complessione disfatta di un padre assassino. Accanto a Mariano Rigillo, Anna Teresa Rossini nel ruolo di Kate, moglie e madre torturata dalla scomparsa di Larry: il suo dissidio, il rifiuto di guardare la realtà negli occhi sono resi dall'attrice con una recitazione tesa e partecipata. Studiata ed eloquente la distribuzione delle energie sulla scena, che ha visto alternarsi Ruben Rigillo (Chris Keller, il figlio), Silvia Siravo (Ann Deever, la fidanzata di Larry e ora di Chris), Filippo Brazzaventre (Dr. Jim Bayliss), Barbara Gallo (Sue Bayliss), Enzo Gambino (Frank Lubey), Annalisa Canfora (Lydia Lubey), Giorgio Musumeci (George Deever). Una vera produzione da stabile, con le scene essenziali di Antonio Fiorentino, i rigorosi costumi di Silvia Polidori, l'accurato disegno luci di Franco Buzzanca. Fa riflettere ancora questo turbinio di sentimenti contrapposti cui Miller ha dato vita nel 1947 e che, ieri, è sceso di nuovo a impensierire la mondanità da prima di una platea affollata di personalità. La brama confondente del denaro, l'inverno dello scontento, l'istinto di protezione, il rimorso ineludibile: climi dell'anima strutturati dal drammaturgo in un tessuto di relazioni da tragedia classica, in un linguaggio borghese e vigile che non smette di parlare agli spettatori.

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