Chi mai era Medea? A teatro un'indagine su dolore e follia

Maria Letizia Gorga e Mascia Musy interpretano "L'altra madre", un testo scritto da Giuseppe Argirò per cercare di capire l'inspiegabile

di Eugenio Murrali

Una discesa agli inferi, uno sguardo interrogativo sulla contromitologia del materno, una ricerca, un tribunale del riesame: è questo L’altra madre, spettacolo scritto e diretto da Giuseppe Argirò sul tema del figlicidio. Maria Letizia Gorga e Mascia Musy danno respiro e voce al dolore, al delirio indicibile di madri antiche e moderne, autrici del tabù di tutti i tabù: l’omicidio dei propri figli. Sulla scena, al Teatro Lo Spazio nei giorni scorsi e poi ancora al Teatro Tor bella Monaca dal 9 all’11 gennaio, solo due leggii accompagnano le attrici dentro i millenni, per incarnare donne della contemporaneità e donne del mito: la Medea di Euripide, di Grillparzer, di Corrado Alvaro e Agave delle Baccanti, che in preda all’invasamento dionisiaco uccise il figlio Cadmo. “Non è un reading”, tiene a precisare il regista. “Quando si fanno venti giorni di prove, lavorando sulle intenzioni, sulle intonazioni, sui ritmi, sui colori, con un video, 34 tracce musicali, non possiamo più parlare di lettura”. Lo spettacolo è in effetti costruito come un oratorio, inteso – spiega Argirò – secondo la concezione pasoliniana del teatro di parola. La vocalità sinuosa e seducente della Musy, quella contraltile e avvolgente della Gorga, compenetrandosi sul palco vuoto, plasmano i personaggi delle madri, divengono azione e scenografia sonora, appoggiate a un tappeto musicale e a un disegno luci coerenti. Non c’è giudizio di colpa, il testo si propone piuttosto di “attraversare il dolore profondo dell’essere umano – osserva il drammaturgo – e si profila come un teatro civile, che vuole mettere però insieme la tradizione e la contemporaneità, per far capire come la cultura dell’uomo sia eterna”. Non solo e non tanto dunque una riflessione antropologica sugli archetipi, quanto uno studio delle cause, un monito alla società, alle istituzioni, ai medici, “che dovrebbero prestare maggiore attenzione, perché i segnali del disagio a volte vengono sottovalutati”. Per le attrici, un’esperienza professionale arricchente, ma anche un viaggio nell’umano: “L’ altra madre – osserva Maria Letizia Gorga – è forse l’altra madre che è dentro di noi, quella parte oscura, buia, che può venire avanti, inattesa, da un disagio psicologico, sociale e che riteniamo non sia frutto solo di una follia improvvisa, ma maturi da una frustrazione, da una perdita di ruolo personale nella società e nelle relazioni”. Uno degli aspetti migliori dello spettacolo è l’armonia all'interno della quale dialogano il mito classico e la contemporaneità. La cronaca non scade mai nel cronachismo, ma grazie al registro alto della parola, alla costante tensione lirica, si eleva a universo probabile. Benché il testo goda di un buon equilibrio, Argirò avrebbe potuto osare anche di più, restringendo lo spazio dei classici in favore della sua efficace scrittura. Di questo incontro tra antico e moderno è soddisfatta Mascia Musy, grande paladina del femminile: “Quando mi è possibile, cerco di dividermi fra il mio tempo e quello dei classici. I grandi personaggi – Mirandolina, Anna Karenina, la bisbetica domata – sono sempre delle esperienze preziosissime per un’attrice. È però importante confrontarsi anche con la nostra realtà e, quando mi capita l’occasione di misurarmi con la drammaturgia contemporanea, soprattutto con il teatro civile, lo faccio con piacere”. Nell'arco di un'ora o poco più, le due attrici sprigionano dal palco un'energia capace di prendere ogni direzione, tessono trame vocali che affascinano, emozionano e mettono in crisi lo spettatore, suscitando commozione, dubbio, empatia. Tra aristotelici phobos e eleos, terrore e pietà, ci si inoltra nel mistero delle maternità negate: il turbamento è comprensibile, il rispetto necessario.

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