L'amore e la guerra sulle tracce di Enea. Intervista a Matteo Tarasco

Al Palladium il regista ha diretto "Eneide. Ognuno patisce la propria ombra", alla ricerca delle radici europee e di un'epica della pace

di Eugenio Murrali

Una parete di sangue, uno squarcio di cielo o le onde del viaggio di Enea verso la Roma che sarà. No, sono solo alcuni teli Maurer quattro metri per quattro, quelli con cui copriamo i mobili quando rinfreschiamo la pittura di casa. Li tiene insieme un poco di scotch, una fila di led li bagna di colore al momento giusto. A teatro è vero solo ciò che appare. Da una porta aperta entra dell’aria, il fondale inizia a respirare, l’effetto è magnifico, non c’è dubbio.Ha inizio l’Eneide senza Enea. Virgilio, Ovidio, Marlowe: un forte incontro di spiriti cucito insieme dalla drammaturgia del regista Matteo Tarasco, sperimentatore anticonformista delle nostre scene. Di Enea, sul palco, c’è solo l’ombra nascosta nella parola tagliente delle donne che ha ascoltato, amato, deluso. L’eroe è immateriale, pura rievocazione e prende corpo grazie alle voci profonde della Sibilla, una Giulia Innocenti dal perfetto equilibrio, di Creusa, Francesca Golia, e della toccante maestà ferita di Didone, interpretata dall’attrice franco-algerina Nadia Kibout. Immagini d’avanguardia, ricerca di materialità espressiva, costumi – simili a ragnatele di sangue, concrezioni plastiche rosse ostili alle attrici – cercano di armonizzarsi insieme alla parola della tradizione, resa fruibile e uniforme nella ricerca di uno spazio di dialogo con lo spettatore.Lo sguardo femminile restituisce a noi moderni Enea, nella bellezza della sua pietas e con la sua umanità fragile, dubbiosa, ma volitiva e per questo eroica. Il padre di Roma, la radice della gens Iulia e nondimeno l’uomo che seduce e abbandona, che confonde e si confonde tra i richiami dei sentimenti e il suo gravoso destino. L’esperimento scenico è complesso, eppure ha una sua forza, passa attraverso la quarta parete, raccoglie l’attenzione della platea silenziosa, tesa: nessuno dorme, non suona neanche un cellulare, solo un signore delle prime file si schiarisce troppo forte la voce. Certo la sala è piena per metà; dove sia finita — in questo come in tutti gli altri teatri italiani — l’altra metà degli spettatori nessuno lo sa. Il teatro non sembra più un momento forte dell’essere cittadini, tuttavia ci piace pensare che le feste natalizie abbiano fatto la loro parte.Nell’insieme questa Eneide rivisitata è una narrazione riuscita e a tratti diviene un messaggio perturbante e vicino, come quando si sente pronunciare la frase “Enea non arrenderti al male” e la mente va all’attualità della capitale, che, come Didone, “corre a occhi aperti verso la sua rovina”.Le musiche sostengono, pur con qualche disguido tecnico, l’interpretazione delle attrici e il disegno luci del regista non rifugge, in sintonia con il sottotitolo dello spettacolo, le zone d’ombra, con buone e pregnanti intuizioni tra i freddi led e i più antichi e umanizzanti riflettori.Matteo Tarasco continua dunque il suo viaggio verso le radici dell’Europa con questo primo episodio di una trilogia che contemplerà anche l’Iliade e l’Odissea. Una retrospettiva dei nostri miti fondanti.

Portare a teatro l’Eneide, oggi. Perché?

Io penso che l’Eneide sia una sorta di matrice culturale, di mito fondatore dell'idea stessa di Europa. Essendo nato nel '72, alle scuole superiori vivevo il sogno che l’Europa unita fosse un momento di bellezza per la nostra generazione: oggi ci troviamo tutti a dover rivedere quest'idea.Il teatro poi — come diceva Amleto — regge lo specchio della natura. Dobbiamo avere voglia di specchiarci, consapevoli del fatto che quando ci specchiamo vediamo la nostra immagine, ma non il nostro sguardo. Il teatro è lo sguardo di un essere umano, lo sguardo di una società che si deve interrogare.

Da un punto di vista drammaturgico, come ha lavorato?

Ho fatto un lavoro di traduzione e di riscrittura, cercando di creare una prosa poetica e di costruire una lingua che fosse comprensibile da un uditorio contemporaneo, ma che restasse alta.Mi sembra che, con il grande supporto dell’arte delle attrici, scaturisca una lingua fatta di carne, una lingua condivisibile.Nella drammaturgia io ho apposto un unico testo spurio, cioè l’elenco dei nomi di tutte le guerre da Troia ai giorni nostri. È triste dire che, da quando abbiamo iniziato l’allestimento, ne abbiamo aggiunte quattro o cinque. Ma se la radice della cultura europea è insaguinata, dobbiamo sperare che nel futuro ci siano più poeti e meno guerrieri.

Lei è alla ricerca di un’epica moderna?

Questo è l’anelito assoluto. È chiaro tuttavvia che abbiamo bisogno di ricostruire quello che è stato per poter dare vita a una nuova visione del futuro.Credo che non sia ancora nato un mito del secolo in cui viviamo. Oggi non vedo gli eroi, però so che molto eroismo è necessario nella vita quotidiana di tutti noi. Buona parte di questo eroismo appartiene alle donne, che forse fanno più fatica, perché devono acquisire la consapevolezza di una identità nuova nella società.

Nella sua carriera lei rifugge i drammaturghi, specialmente i contemporanei. Parte spesso o dall’epica o dai romanzi…

Amo molto la drammaturgia che si costruisce sul palcoscenico, con l’attore. Se prendo un drammaturgo ho a che fare, in genere, con una forma in sé chiusa, mentre se prendo un romanzo o un brano dell’epica ho la possibilità di farlo diventare un reagente con il corpo dell’attrice o dell’attore. Inoltre mi piace il pensiero di sentire la voce dei romanzieri, che magari hanno immaginato in silenzio.I grandi drammaturghi poi necessitano di cose che oggi non ci sono nella prassi del teatro. Penso a Cechov. Per mettere in scena Cechov servono almeno dodici settimane di prove.

Quindi certi autori preferisco leggermeli a casa da solo. Qualcuno potrebbe accusarla di essere postdrammatico?

Essere "post" è una condizione privilegiata. Magari. Spero di essere un passo avanti, indietro o di lato e quindi "post". Non essere "post" penso significhi incasellarsi in una definizione e io invece voglio solo fare cose che non sono in grado di fare. È come buttarsi ogni volta con il paracadute: non sai se si aprirà, ma sei nel vuoto e ci speri. Non cerco la comfort zone, mi piace stare nelle zone di sconforto, che sono l’unico luogo dove scoprire qualche cosa.

Francesca Golia, Nadia Kibout, Giulia Innocenti. Un lungo percorso per scegliere queste attrici.

Sono arrivate moltissime candidature quando abbiamo annunciato che avremmo fatto questo spettacolo. Sono riuscito a vedere 150 persone con un’audizione su parte. E queste 150 persone sono poi diventate 30, che hanno fatto un workshop sul testo. Infine ne ho scelte tre.Credo che vi sia un’enorme mole di talento in Italia, ma mancano gli strumenti per scoprirlo, oltre che per sostenerlo. Molti sono i bravi attori, ma la difficoltà è trovare la persona adatta per un progetto preciso. Ho scelto queste tre attrici anche per il suono delle loro voci. Se questo spettacolo venisse solo ascoltato, se ne comprenderebbe comunque la trama segreta. In più è interessante pensare che Nadia Kibout è un’attrice africana, fa la parte di Didone: in questo Paese credo che oggi sia necessario ascoltare voci di diverse etnie.

Cosa ha chiesto sulla scena a queste tre attrici?

Ho chiesto di farsi tramite. Di essere di raccordo tra luoghi lontani della nostra cultura e l'oggi, cioè quelle persone presenti in quel momento e in quel luogo, in platea. Ho chiesto di essere non il fine della rappresentazione, ma lo strumento, il ponte che potesse aiutare gli spettatori a fare un giro largo per arrivare a se stessi.

E in quest’Eneide al femminile ha avuto una parte importante Ovidio con le sue Heroides, le lettere delle eroine ai loro uomini?

Soprattutto per la drammaturgia di Didone che, oltre basarsi sulle parole di Marlowe, si avvale fortemente della struttura immaginata da Ovidio: una narrazione diversa, quasi una rivalsa dell'eroina nei confronti dell’eroe. Le lettere scritte all’eroe... un’idea geniale: se fosse vissuto oggi Ovidio avrebbe scritto fiction per Raiuno. Lui ha fatto un taglio netto all’interno della cultura del suo tempo, ha generato il concetto di intimità dell’eroe.

Perché “ciascuno patisce la propria ombra”?

Tutti noi siamo condannati a essere in relazione con ciò che non si vede. Ora tu fai il giornalista e io il regista. Questa è la parte che si vede ed è la modalità del nostro incontro, ma dietro c’è tutta una tua vita, conclamata o meno: non ciò che è segreto, ma ciò che è intimo. L’ombra è una proiezione che il mondo infero genera sul mondo supero. La tua zona oscura è realmente la tua identità. Non lo dico con l’accezione negativa, moralistica, dell’ “oscuro”. La tua zona d’ombra è la zona più luminosa del tuo essere, tant’è che è accessibile solo alle persone che tu ami. Sul palcoscenico la nostra è una storia di legami amorosi, quelli di Creusa, della sibilla e di Didone, nei confronti dell’eroe: può essere amore proprio perché si svolge nell’ombra. Patiamo la nostra ombra, perché ciascuno si appassiona solo grazie alla propria zona oscura. Dobbiamo cercare di riconnetterci alle ombre con passione.

Lei è un regista dei due o tre mondi, conosce bene l’ambiente teatrale britannico e americano. Che differenze nota con l'Italia?

Credo che gli Stati Uniti e anche l’Inghilterra abbiano una qualità: si amano moltissimo. Proteggono il loro prodotto nazionale, lo valorizzano con degli strumenti di finanziamento: non il supporto finanziario dello Stato dato a pioggia, ma una modalità di tassazione che genera la libera imprenditoria culturale. A noi, in Italia, manca il libero mercato della cultura, che genererebbe oggi una quantità enorme di ottimo prodotto culturale e un indotto economico straordinario (viaggi, alberghi, ristoranti, bar, etc.). A New York debuttano ogni anno 600 spettacoli, alcuni belli, alcuni brutti, poco importa: si fa impresa. È difficile anche lì, ma dico sempre: è molto faticoso vivere da soli nella savana, però ti guardi attorno e vedi il nemico che viene verso di te in lontananza, molto peggio vivere nella giungla, dove il nemico te lo trovi addosso all’improvviso.

Nel suo lavoro teatrale è sempre attento ai problemi delle nuove generazioni.

Penso che la generazione che mi precede sia una generazione di perdenti, spero che la mia, quella dei quarantenni, sia almeno di sconfitti e non di perdenti. Se scendi e combatti la tua battaglia puoi essere un vincitore o uno sconfitto: non sarai mai un perdente. Se non te la giochi sarai sempre un perdente. La generazione che ci ha preceduto ha deciso di non combattere alcune battaglie. La mia responsabilità nei confronti di questo Paese è quella di generare, nel mio piccolo, strumenti efficaci per migliorare la situazione, per non far trovare chi arriverà in un disastro come quello che stiamo vivendo. Tra le macerie c'è sempre qualcosa di prezioso, che non è ancora morto, per questo dobbiamo porci in termini di ricerca.

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