"La bellezza di Roma": intervista a Raffaele La Capria

L'autore partenopeo, romano d'adozione, ci racconta il suo nuovo libro e la città che lo ha ispirato

di Valentina Berdozzi e Eugenio Murrali

Raffaele La Capria è un ragazzo di 92 anni. La sua casa, una scenografia fatta di libri e boiseries. Arrivando abbiamo interrotto la sua lettura, Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo: “Un autore ingiustamente dimenticato”, ci ha detto. Gli occhi luminosi di intelligenza ogni tanto si lasciano attrarre dalle cupole di Roma che si vedono dalla terrazza: “Quella del Pantheon è la più bella”. Vorremmo ripercorrere oltre 60 anni di scrittura, passeggiare insieme a lui tra romanzi, articoli, racconti, ma siamo qui soprattutto per La bellezza di Roma, il suo nuovo libro. Prima di tutto però indaghiamo il suo rapporto con Napoli, la città natale, cerchiamo di capire perché le abbia preferito Roma. La risposta è arguta, lo stesso motto di spirito riportato in Un albergo a vita, la terza sezione del libro: Quando mi chiedono, e a Napoli lo fanno sempre: “Ma perché ve ne siete andati?”, io rispondo: “Ma perché ci avete lasciato andare via”. In quel plurale sono compresi i nomi di due grandi amici dello scrittore: Francesco Rosi, il regista con cui ha scritto la sceneggiatura del film Le mani sulla città, e Giuseppe Patroni Griffi, che a Napoli era impiegato al consorzio agrario, mentre a Roma ha potuto esprimere la sua vocazione di commediografo. Mentre tiene in mano La bellezza di Roma, La Capria non nasconde, sottile, il disappunto. Quel titolo e quella copertina non li condivide fino in fondo. Gli sembra che si sia rincorso il successo di un film, La grande bellezza, in cui molti hanno voluto vedere la sua storia dietro quella del protagonista Jep Gambardella. Gli sarebbe piaciuto intitolarlo solo “Roma”, e avrebbe volentieri evitato quel panama su sfondo rosso: “La cosa principale, che è il modo in cui libro è stato scritto, è andata in secondo ordine”. Questo nulla toglie alla stima nutrita dallo scrittore per il regista Paolo Sorrentino, il quale ha ammesso che nel suo film è confluita anche qualche atmosfera di Ferito a morte, capolavoro di La Capria e premio Strega nel 1961. A quanto pare Sorrentino aveva pensato a un film tratto dal libro, ma poi il progetto non è andato in porto. “Gambardella dice che è autore di un solo libro e passa alla leggenda che anche io sia autore di un solo libro, Ferito a morte. Questo però è dovuto forse alla pigrizia dei lettori, perché io di romanzi ne ho scritti più di venti e tutti diversi tra loro”. In effetti la Mondadori ha dovuto pubblicare una nuova edizione Meridiani con le opere dell’autore in due volumi, perché anche la produzione degli ultimi anni è stata ricchissima. La bellezza di Roma raccoglie alcuni racconti e un’intervista, testi dedicati alla capitale dagli anni Settanta a oggi. Quello che li unisce, oltre all’ambientazione romana, è la scrittura comunicativa, il gusto di un’ironia garbata, la sintesi fulminante: “Cos’è oggi Roma, allora? Cos’è diventata? Da Caput Mundi a Kaputt Mundi”. E poi il bellissimo incipit di una lettera a un sindaco di Roma: “Gentile Signor sindaco, se lei e i responsabili dell’assetto urbano di questa città foste dotati non dico di senso estetico ma di senso della vista”. Neologismi e motteggi, paradossi e locuzioni di grandissima efficacia (“l’italoide lottizzatore”). Non è solo un pamphlet questo libro, c’è anche tanta misurata nostalgia e uno sguardo preoccupato, ma non catastrofico, sul futuro di una capitale rimasta, a suo modo, accogliente. Tra le sue pagine, tornando indietro oltre il degrado delle piazze di oggi, ricompare la Roma degli artisti che si incontrano nei bar e nei ristoranti, l’inaspettata vivacità notturna e intellettuale di questa città negli anni Cinquanta e Sessanta. La Roma bella di Moravia, che, osserva La Capria senza dissimulare un baluginio d’emozione, “era anche quella della mia giovinezza”.

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