Filippo La Porta racconta la "bugia" chiamata Roma

L’autore spiega il suo percorso bio-topografico tra le più belle menzogne della città eterna

di Eugenio Murrali

“Forse il mio è un mito, un mito culturale, ma lo stupore di noi romani potrebbe salvarci”.Filippo La Porta, intellettuale, critico letterario, guarda con ottimismo alle “anime stupefatte” che abitano la Capitale delle contraddizioni. Santità e dissacrazione, stupore e cinismo, la Roma dell’“Anvedi” amato da Pasolini e quella del “Che tte frega”.Nel suo nuovo libro lo scrittore dà corpo a un ritratto affettuoso e lucido della romanità e della sua “dialettica dei contrari”.Roma è una bugia (Editori Laterza, 122 pagine) è un percorso biografico, ma anche una “cartografia”, un pellegrinaggio tra memorie e cliché, una passeggiata tra molti (a volte troppi) richiami letterari.Da anni La Porta aveva in mente questo libro, voleva raccontare il sentimento di “apocalisse rimandata” che caratterizza Roma e forse voleva a sua volta rimandare degli addii, prolungare certe esistenze.Nelle sue pagine rivivono la Piazza del Popolo di Elsa Morante, le gallerie dove si incontravano pittori e scrittori, la via Merulana di Gadda e del concerto di Jimi Hendrix (due cercatori di nuove forme), gli anni vissuti al Liceo Nazareno con Carlo Verdone e Christian De Sica, le catabasi urbane dai Parioli a San Basilio.L’autore non si sente però un laudator temporis acti: “Non voglio fare quello che dice che Roma è stata bella l’ultima volta negli anni Settanta. Alcuni fatti sono oggettivi: nel centro storico ci sono quasi esclusivamente gelaterie e, come dice il mio amico Carlo Verdone, il gelato sa ovunque di shampoo, sono scomparsi tanti luoghi storici. Complessivamente però non sarei negativo, perché c’è stata una rivitalizzazione della periferia, dove ci sono moltissimi fermenti culturali, forme di resistenza civica”. E nel libro La Porta richiama gli orti urbani di San Basilio, le feste multietniche del Casilino, i racconti bellissimi sull’immensa periferia romana, che spesso si mostra accogliente.“Io sono meno pessimista di Paolo Sorrentino, − continua lo scrittore − perché in fondo il suo è un film molto malinconico che celebra in realtà la fine della grande bellezza. Nel suo film la grande bellezza si ritira da tutto, dalla vita sociale, dalla religione, dall’arte contemporanea. Tutto questo è vero a metà, perché Roma è una bugia o, se preferite, una mezza bugia: non è mai interamente quello che dice di essere”.Profonde le riflessioni dell’autore sulla deriva dell’architettura urbana, troppo centrata sulle grandi opere delle archistar e poco sulla riqualificazione: “Ci scontriamo con un mito del nostro tempo: il mito della creatività assoluta. Ma la creatività non è un diritto sociale come la salute o l’istruzione. e questo è un equivoco nel quale cadono anche gli architetti. Io abito a viale Aventino dove sui marciapiedi sono state messe delle strutture per i fiori orrende, ribattezzate nel quartiere le bare. Ho fatto una piccola indagine al I municipio e ho scoperto che gli architetti che le hanno disegnate volevano lasciare il segno. Dio mio, non lasciate questo segno. Come dico nel libro, in una grande città l’architettura è soprattutto manutenzione, gestione ragionevole dell’esistente”. E aggiunge: “Mi ha sempre colpito che le zone di degrado sociale si accompagnino a quelle di degrado urbano”.Dall'opera di La Porta, Roma emerge come metafora, l’urbanistica come educazione dell’anima, e questa, a dispetto del titolo, è una grande verità:“I luoghi sono dei dispositivi emotivi, io penso che le strade, le piazze di Roma mandino continuamente dei messaggi e ho sentito di doverli decifrare: in questo libro che ho maturato lentamente in me, Roma diventa un luogo simbolico, una visione del mondo, la metafora di un modo di vivere”.

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