Oltre il sipario: Tre attrici si raccontano e raccontano la Milano teatrale

Una rivista con cui collaboravo mi chiese un articolo sul teatro milanese. Pensai che raccontarlo aiutandomi con la voce di chi lo aveva vissuto e lo stava vivendo fosse la soluzione migliore. Scelsi così tre attrici di generazioni differenti e le intervistai. Misteriosamente l'articolo non comparve e nessuno seppe darmi spiegazioni, probabilmente se l'erano perso nel mucchio, vi lascio immaginare con quale gioia da parte mia. Lo proposi al sempre ricettivo Cinespresso di Ireneo Alessi, che l'ospitò con piacere. Le tre artiste intervistate sono attrici che stimo e oggi anche amiche cui mi lega un profondo affetto. Rosalina Neri, la Marilyn italiana, è una donna dall'energia sconcertante, ogni volta che la chiamo è nella sua casa in Francia a risolvere qualche problema, quando non è su un set cinematografico o su un palcoscenico a deliziare il pubblico con la sua voce superba di attric e cantante. La adoro perché è la persona più simpatica e positiva che conosca ed è un'artista vera, instancabile, pronta a tutto.

Raffaella Azim, poi, è uno spasso: apparentemente svagata nella vita, grande sulla scena, è coltissima e finge di non esserlo, ti chiama sempre "amore", ti dice che "sei un genio", ma la sua lucidità è feroce, lei sa sempre chi si trova di fronte. Raffaella conosce tutto il teatro italiano, ha letto qualsiasi cosa, ha recitato con i più grandi registi eppure è rimasta una persona semplice e generosa, anche se sembra sofisticata e più il tempo passa, più appare giovane e bella.

Giulia Maulucci è un'attrice giovane e determinata. Ha studiato alla Paolo Grassi, l'ho conosciuta grazie a una collaborazione con Dacia. Ho scelto di intervistarla anche perché credo nel suo talento. Come tutte le attrici vere, anche Giulia ha un'umanità complessa, che l'aiuta sulla scena e probabilmente le complica la vita. Sono certo che ne sentiremo parlare.

Tre attrici con storie e percorsi differenti si raccontano svelando i segreti dei palcoscenici del capoluogo lombardo, sempre più ricco e stimolante, una vera eccezione nel panorama teatrale degli ultimi anni

di Eugenio Murrali

Il grande teatro europeo passa di qui. A Milano le stagioni sono ricche, stimolanti, una vera eccezione nel panorama intristito degli ultimi anni. Il segreto sta probabilmente nella capacità del tessuto teatrale milanese di mantenere una continuità con il passato e di non perdere la propulsione verso la ricerca e la novità.

Tre attrici con storie e percorsi molto diversi ci hanno regalato i loro ricordi, ci hanno permesso di entrare nel loro mondo, hanno condiviso con noi alcuni segreti degli immortali palcoscenici milanesi. Rosalina Neri è sempre bella, qualche anno è passato da quando la Marilyn Monroe italiana compariva sui rotocalchi e faceva parlare di sé, oggi non tiene più il suo Rosalina Neri Show a Londra, dove abitava al 3, Savile Row, la casa sul cui tetto i Beatles fecero un concerto, l’ultimo, nel 1969, ma Black, come la chiama Valentina Cortese, una delle sue più care amiche, è ancora lei, vulcanica, vitale, pronta a contagiare chiunque con la sua risata.

Lei è la dimostrazione che a Milano chi era dotato di talento e mosso da grande volontà poteva farsi strada. Quando le chiedo quali scuole di recitazione abbia frequentato, il suo racconto commuove: “La mia è un’altra vita. Io amavo il canto, ma non avevo soldi, allora per pagarmi le lezioni vendevo i pizzi antichi. Ho avuto poi la fortuna di incontrare Toti Dal Monte, per due anni mi ha dato lezioni gratuite, finché tanta è stata la mia vergogna – mi sembrava di sfruttare il suo grande cuore – che sono partita”. Una Milano dura e generosa quella che racconta Rosalina, arrivata, dopo tanti sacrifici, anche alla Scala e alla Piccola Scala. Uno degli incontri più decisivi è però quello con Strehler, sotto la cui direzione ha recitato “La grande magia”, “Il campiello”, “L’anima buona del Sezuan” e altri testi ancora, restando per ben dodici anni al Piccolo come attrice di prosa. Alla domanda “Com’era Strehler?”, la reazione è immediata: “Come Strehler non ce ne sono più. Strehler non era un insegnante di teatro, con lui capivi la vita. Due cose mi hanno insegnato a vivere, l’esperienza artistica con Strehler e i fischi che ho avuto a Londra, quando cantavo l’«Elisir d’amore» all’Adelphi Theatre, perché quando vieni fischiato allora davvero diventi qualcuno”.

Le chiedo anche della vita tra attori a Milano e Rosalina in tutta franchezza risponde: “Ricordati che tra attori non c’è mai un rapporto di amicizia, certamente ci sono invece rapporti di educazione e comprensione. A Londra gli attori grandissimi che ho conosciuto, dalla Bergman, alla Taylor e tanti altri erano persone di enorme semplicità. Qui invece un attore qualsiasi era capace di darsi moltissime arie, io rimanevo sbalordita, anche se per fortuna esistevano e esistono delle eccezioni”. Ma voglio tornare su Strehler e a questo punto Rosalina ci regala un aneddoto divertente: “Stavo facendo le prove de «La grande magia». Io ho molta fede, prego spesso, e prima di andare in teatro, doveva essere il terzo o quarto giorno di prove, sono passata in chiesa a dire un’Ave Maria alla mia Madonnina. Sono arrivata a teatro e le prove erano già iniziate. Io non so come lui facesse a sapere che io fossi passata cinque minuti in chiesa prima delle prove. Quando arrivo, lui si rivolge all’aureola di persone che lo seguivano sempre e dice: «Ah guardate, ragazzi, è arrivata la Santa. Va, va su, va su a far la troia!» io infatti recitavo quella parte lì. C’era poi una scena nel primo atto in cui entravo e dovevo lanciare la valigia, voleva recitarla sempre Strehler durante le prove, io credo di averla fatta solo alla generale”. Un altro grande regista milanese con cui ho lavorato è Filippo Crivelli, che, quando tornai da Londra e non mi voleva più nessuno, fece per me uno spettacolo al Teatro Gerolamo, intitolato «Lei», cantavo in francese, inglese, italiano. A Milano ho lavorato poi anche con lo scrittore e umorista Umberto Simonetta, un grande uomo, di intelligenza eccezionale, mi ha diretto come regista nell’«Adalgisa» di Carlo Emilio Gadda, con me recitava anche Paolo Rossi”.

Rosalina è inoltre la custode del repertorio di Milly, recuperato proprio grazie a Filippo Crivelli, ma ricorda anche di aver cantato ai tempi di Strehler le canzoni di Fiorenzo Carpi, in uno spettacolo al Piccolo Teatro. I recital di Rosalina hanno sempre grande successo. Infine la grande interprete mi rivela che la sua tavola è un celebre punto di riferimento per molti attori e personalità milanesi, che scherzosamente chiamano la sua sala da pranzo: “L’uccello d’oro”.

Vai all'articolo pubblicato su Cinespresso

Continua il nostro sguardo sul panorama teatrale del capoluogo lombardo. Dopo Rosalina Neri è il turno di Raffaella Azim

Raffaella Azim ha invece studiato alla scuola del Piccolo. Mi accoglie nel suo incantevole terrazzo romano, vicino al Gianicolo, il panorama è perturbante, la luna è woyzeckiana, rossa, ascetica e seducente come Raffaella, che da alcuni anni non abita più a Milano, ma ne sente una grande nostalgia. Racconta così gli anni Settanta: “Milano era una città che ospitava la cultura, potevi vedere spettacoli di Kantor, di Thierry Salmon, di Grotowski, di Barba. Noi attori ci incontravamo nelle case, nelle piazzette e sognavamo di cambiare il mondo”.

Il provino era così al Piccolo. Bisognava passare al teatro, da Nina Vinchi, un’istituzione al Piccolo, e iscriversi costava mille lire. Preparai un pezzo di Goldoni, di Brecht, una canzone. Mi misi tutta in grigio, serissima, sembravo una della polizia. Ero la quattrocentesima e dovevo prendere il treno. Bussai, chiesi di fare il provino prima. Nella commissione c’erano grandi attori di un tempo e poi il “successore” di Grassi – insegnava infatti etica comportamentale e storia dei riti –, Donaceti, che parlava come Paolo Grassi, era Paolo Grassi, ma con il vestito da gesuita. Io entrai e subito caddi. Un buon inizio. Attaccai con “Contro la seduzione” di Brecht: “Non vi fate sedurre/ non esiste ritorno./ Il giorno sta alle porte/ già è qui vento di notte, altro mattino non verrà./ Non vi lasciate illudere/ che è poco, la vita./ Bevetela a gran sorsi,/ non vi sarà bastata/ quando dovrete perderla”.

Piodi, che insegnava dizione, trovò la mia voce calda, mi spiegò che alcune voci servono e altre no. Poi chiesero perché volessi intraprendere la strada del teatro, quando mi fosse venuto in mente di farlo e così via. Loro erano tutti seduti di fronte a me, sembravano i dodici apostoli. Io volevo sapere subito se fossi passata o no. Alla fine mi presero, anche se temevano che avrei creato problemi. In effetti avevano ragione. Feci un gruppo autogestito, perché volevo recitare Pinter, cosa che non era prevista lì. Scrissi anche a Pinter e fu contento di sapere che desideravamo mettere in scena “Un leggero malessere”. La scuola era a corso Magenta, dove c’erano le Stelline, le orfanelle. Chiesi a Luigi, il roscio, il bidello della scuola, le chiavi per fare le prove tutta la notte, anche se era vietato ovviamente e noi tra l’altro dipingendo i cubi di polistirolo della scena macchiammo tutto il cortile con la vernice arancione. La mattina dopo, Luigi Ferrante, il direttore della scuola, ci sospese per un mese, minacciando di espellerci.

Nella scuola stavamo tutto il giorno, facevamo danza, mimo, scherma e molte altre materie. Avevamo grandi insegnanti, ad esempio Iva Formigoni, che veniva dal Berliner, era la nostra maestra di voce, Arturo Lazzari, un grande critico come non ce ne sono più, ci portava ad Avignone, e ancora c’erano Ottavio Fanfani, Checco Rissone e altri grandi.

Certamente poi era bellissimo poter assistere alle prove di Strehler. Ricordo che una volta Tino Carraro pronunciò la parola «perché» in una maniera che toccò al punto Strehler da fargli fermare tutto e dire: «Un minuto di raccoglimento per questo grande attore». Oggi forse Strehler lo troverebbero antico, io invece vedevo in lui una magia, ci diceva: “Ricordatevi che chi fa teatro scrive sulla sabbia. La memoria a teatro ha una tradizione orale”. Non va dimenticato però che accanto a Strehler c’era Paolo Grassi, il più grande operatore culturale europeo, che gli ha permesso di fare tutto quello che voleva: per dirne una, è lui che lo ha messo nella condizione di allestire gli spettacoli Brecht, pur con la Helene Weigel sempre lì presente.

La scuola del Piccolo ti dava subito sbocchi professionali, ma per regolamento non potevi recitare all’esterno mentre la frequentavi. C’era molto rigore, io ad esempio feci un’estiva, e così mi mandarono via. Mi presero subito al Pier Lombardo, oggi Franco Parenti, era nata da poco questa realtà importante a Milano e aveva avuto un grande successo il debutto dell’ “Ambleto” di Testori. Lì Franco Parenti e Andrée R. Shammah mi proposero, dopo un regolare provino, di entrare nella loro squadra, dandomi subito la possibilità di affrontare da protagonista grandi testi quali “Macbetto” di Testori, “La Betìa” di Ruzante, “Misantropo” di Molière… come facevo a dire di no…, in quegli anni anche Strehler mi voleva per “Il campiello”, solo che l’etica teatrale era diversa, più rigida e i direttori artistici si parlavano tra loro, e così mi impedirono di andare via dal Pier Lombardo.

Tornando agli anni della scuola, per dirti del rigore che c’era in quel periodo, ricordo che una mattina mi chiamò la Bisbini, la storica segretaria di Paolo Grassi, allora impegnato alla Scala, ma tuttavia sempre informato su noi allievi. La Bisbini mi disse: «Il dottor Grassi la aspetta alla Scala». Arrivo lì e lui: «Signovina…», e io «Mi dica, Presidente», «Mi hanno detto che lei ievi seva è andata alle Mascheve a vedeve uno spettacolo di spogliavello, esibendo il tessevino della scuola». Era vero, perché con quello non pagavo, allora dissi: «Sì, certo», e lui, «Come “Sì certo”?», e io, «Ma sì, per vedere un’altra forma di spettacolo». Lui mi guardò duramente: «Signovina Azim, fovse lei vuole esagevave, le fovme di spettacolo non solo altve, sono quella che lei sta facendo e se lei continua così lei vevvà espulsa»”. Noi “del teatro impegnato”, come si diceva una volta, andavamo lo stesso a vedere questi spettacoli, spogliarelli ma anche sketch, e gli attori ne erano contentissimi, ovviamente non mostravamo più il tesserino del Piccolo, ma non ci facevano pagare lo stesso.

Paolo Grassi ha amato il Piccolo e i suoi allievi nel profondo, li ha seguiti anche dopo. Roberto De Monticelli, il grande critico del Corriere della Sera che mi apprezzò molto, parlava di Paolo Grassi in termini entusiastici. Oggi non c’è nessuno come lui, un uomo capace di trovare in qualsiasi situazione i soldi per mettere in scena spettacoli impegnativi come quelli di Strehler”.

Vai all'articolo pubblicato su Cinespresso

Ultimo appuntamento con la scena milanese. Dopo Raffaella Azim si conclude il nostro triplice viaggio nei meandri di uno dei palcoscenici più stimolanti di sempre

A chiudere questo racconto della vita teatrale milanese è Giulia Maulucci, una giovane attrice che si sta già distinguendo per talento e versatilità. Giulia è entrata alla Scuola Civica “Paolo Grassi” nel 2006 e racconta: “Eravamo 500, siamo entrati in 12. Ricordo che andai subito a scuola dopo essere stata presa e i cancelli si chiusero dietro di me. Fu il segno che qualcosa iniziava. Entravamo alle 9:00, se ti presentavi alle 9:01 eri fuori della classe. Iniziavamo con un’ora di movimento, sia allenamento fisico che movimento scenico, con improvvisazioni sulla musica, lavori di orientamento nello spazio, tempi, controtempi e così via. Poi lavoravamo sulla voce, sulla dizione. Nel pomeriggio c’erano seminari di recitazione, diretti da maestri di diversi metodi (Lecoq, Vassiliev, Stanislavskij)”.

Mi incuriosisce conoscere qualcosa sulle relazioni tra gli allievi delle diverse scuole di recitazione milanesi e Giulia mi risponde così: “All’inizio con il Piccolo era un tutt’uno, poi c’è stata la divisione. La competizione tra le grandi scuole c’è, ma, se dovessi definire le differenze a grandi linee, direi che il Piccolo è una scuola molto interessata al classico, alla tradizione, mentre la Paolo Grassi è una scuola più moderna e portata alla sperimentazione. Ovviamente questo ha sia lati positivi che negativi. Io per esempio ho risentito in qualche misura della mancanza di un’attenzione maggiore ai classici. Forse la Paolo Grassi è più in competizione con l’Accademia dei Filodrammatici, quella in cui si formò la Melato, per capirci. La differenza invece tra gli attori del Piccolo e noi è che loro sembravano molto più chic, con le loro divise, con gli accappatoi ufficiali. Una volta ci hanno chiamato a recitare al Piccolo di Milano, siamo arrivati noi del corso attori e i ragazzi del corso di teatro danza. Ci presentiamo in massa, nei camerini troviamo i cesti di frutta, come si usa negli stabili. Tutti a gridare: “Aoh ragazzi, abbiamo pure la frutta”. Sembravamo un’orda di barbari invasori e all’inizio i ragazzi del Piccolo ci guardavano perplessi, poi invece l’atmosfera si è distesa.

Quanto ai luoghi di ritrovo, ricordo che c’era un bar in cui ci incontravamo un po’ tutti, amici e nemici, il bar «Da Peppo», sui Navigli, dove c’è questo cultore di musica jazz, al quale però non puoi chiedere informazioni sulla musica riprodotta nel locale. Ci ritrovavamo lì prima del teatro, o dopo il teatro a notte tarda. Poi c’era l’ «Arci Bellezza», dove però non ho mai visto nessuno del Piccolo, era un circolo ARCI in cui andavamo a cena dopo le lezioni e dove, appena diplomata, con la mia compagnia ho organizzato dei piccoli allestimenti, o anche «Frizzi e lazzi» o la trattoria «Il brutto anatroccolo».

La cosa bella di Milano è che sia che io andassi nei teatri sperimentali, come l’Out Off, il Teatro i o il Teatro dell’Elfo, sia che andassi nei grandi teatri tradizionali, dalla Scala, al Piccolo, al Carcano o al Franco Parenti, respiravo sempre un’aria meravigliosa, la qualità era sempre altissima, anche quando esploravo l’underground del teatro, gli spettacoli delle giovani compagnie. Noi stessi come allievi venivamo coinvolti in allestimenti, nelle librerie ad esempio, per eventi a tema, oppure facevamo dei gemellaggi, siamo andati ad Avignone, o anche in Polonia. A Milano c’è qualità, c’è luce, è una città fiera della propria storia”.

Grande la vicenda teatrale di questa città. Non possiamo dimenticare neppure che qui ha operato a lungo il critico Franco Quadri e vi ha fondato la casa editrice Ubulibri, specializzata in teatro e oggi in bilico dopo la scomparsa del critico, qui a Milano Dario Fo e Franca Rame hanno dato vita a un teatro diverso, un teatro popolare nel senso più nobile del termine, in questa città è nato il CRT, il Centro di Ricerca per il Teatro, e ancora a Milano opera, al Piccolo Teatro, il maggiore regista italiano, Luca Ronconi.

Vai all'articolo pubblicato su Cinespresso

Featured Posts
Recent Posts
Archive
Search By Tags

PR / T 123.456.7890 / F 123.456.7899 / info@mysite.com / © 2023 by PR.  Proudly created with Wix.com