Un felice fraintendimento di Antigone

Una legge incontrovertibile del teatro pretende che ogni reinterpretazione del mito greco sia un travisamento. A diversi gradi, con differenti soluzioni, l’esercizio riesce sempre perfetto ai registi come agli autori e le eccezioni, rarissime, servono a confermare la regola. Non è importante tuttavia rifuggire il fraintendimento, per noi moderni inevitabile, ma fare di necessità virtù.

A San Miniato al Tedesco, la “città in collina”, centro ricco di iniziative, Roberto Guicciardini ha curato l’allestimento de La tomba di Antigone della filosofa spagnola Maria Zambrano. L’occasione di questa prima assoluta è stata la Festa del Teatro — sostenuta dalla fondazione Cassa di Risparmio di San Miniato — appuntamento di antica tradizione, spesso concomitante con la più recente e non meno prestigiosa Scuola europea per l’arte dell’attore, capace di riempire le strade del centro con una folla vociante e allegra di giovani.

La messa in scena pensata da Guicciardini, sobria, intelligente, vagamente sanguinolenta per cifra indelebile dell’artista, risente di una scelta didascalica del regista, che ha voluto premettere parte dell’Antigone sofoclea all’opera della Zambrano. Un tale accostamento, sorta di proagone tragico, non ha giovato al testo della filosofa, la cui bella scrittura è di per sé inserita in un meccanismo drammaturgico debole e ripetitivo. La giovane Alice Spisa, bravissima, talento vero, attrice di una naturalezza e al tempo di una forza commoventi, ossigeno atteso per le nostre scene asfittiche, interpreta un’Antigone carnale, che, chiusa nella sua prigione, incontra, ombra di se stessa, gli altri personaggi e scava la propria e le altrui coscienze, reinterpreta il senso della sua esistenza. Un’Antigone, quella della Zambrano, che sogna l’amore, che rimpiange le nozze, e in questo la filosofa ha colto uno dei significati del sacrificio dell’archetipo sofocleo. Convincente risulta anche Leda Negroni, interprete, in un simbolismo troppo urlato, di un’invecchiata Antigone sofoclea e poi di un’Arpia nella seconda parte dello spettacolo. Gli altri attori faticano a tenere il passo delle due protagoniste, anche Creonte (Lombardo Fornara) , che ha una bella voce (e lo sa), si abbandona a una gestualità molle e a tratti incontrollata. Buone le scene di Daniele Spisa, docilmente piegate alla bellezza del duomo, giuste le musiche, poco ardito ma efficace il disegno luci, alterne le sorti dei costumi.

Nell’insieme piacevole e espressivo questo felice fraintendimento di Antigone realizzato dal Teatro Savio di Palermo. Si replica fino al 24 luglio, ore 21:30.

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