“O verbo nuovo”, intervista a Piera Degli Esposti

Foto scattata da Dacia Maraini a Pescasseroli

Questa lunga intervista non è mai stata pubblicata nella versione estesa che segue. Una rivista me l'aveva commissionata, poi non se ne fece nulla e io la proposi a Il Centro, giornale abruzzese, dopo averla ridotta. Sono contento di poter proporre qui il bel dialogo che ho avuto con Piera, anche perché è stato il frutto di tanti incontri nella sua bianca e accogliente casa vicino Piazza Navona e di un labor limae quasi sfinente. L'aver tanto lavorato con Piera alla redazione finale di questo testo non credo abbia tolto nulla in realtà alla freschezza delle sue parole, anche se certo non ho lasciato qui, come ho fatto con grande divertimento nel mio libro Il sogno del teatro, tutte quelle sospensioni, quei collegamenti sguscianti, quelle fulmineee corse in avanti e indietro del pensiero, tipiche del linguaggio espressivo di questa grande sacerdotessa del teatro e meravigliosa amica.

Piera Degli Esposti, bolognese di nascita, è una delle maggiori interpreti che il panorama europeo abbia espresso dalla seconda metà del Novecento ad oggi. La sua genialità creativa ha fatto di lei un vero unicum, una fuoriclasse di impareggiabile potenza espressiva. Capace di accogliere tutti i registri della parola detta, ha affrontato con eguale successo il Teatro, il Cinema e la Televisione. Sulle scene teatrali ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui tre premi Ubu e sul set cinematografico ha riportato il premio Flaiano (per L’ora di religione nel 2002), due David di Donatello (sempre per L’ora di religione nel 2003 e per Il divo nel 2009), alcuni Nastri d’argento e un Golden Globe. Da sempre molto amata e conosciuta per i traguardi raggiunti con il suo talento fuori dell’ordinario, ha conquistato anche una tangibile popolarità grazie al personaggio di Clelia in Tutti pazzi per amore di Riccardo Milani.

Eduardo De Filippo, dopo avere assistito alla Sua interpretazione in Molly cara, un monologo tratto dall’Ulisse di Joyce, che debuttò nel 1978 con la regia di Ida Bassignano, Le disse una frase rimasta nella storia del Teatro: “Issa è o verbo nuovo”. Dove ha inizio l’urgenza teatrale del “caso” Piera Degli Esposti?

Avevo circa quattordici anni. Delle volte mi mettevo dentro l’acqua bollente nella vasca da bagno e vi restavo a lungo. Un giorno mi chiedono: “Piera, cosa stai facendo?”. “Aspetto l’estasi”, rispondo. L’acqua bollente può dare un effetto di stordimento. Da allora ogni tanto qualcuno bussava, magari era ora di andare a tavola, e diceva: “Quanto dobbiamo aspettare per l’estasi?!”. Spesso a casa mi esercitavo, facevo delle prove, spingevo i cassetti del comò con il ventre, in un modo quasi selvaggio. Non sapevo niente, non sapevo neanche dove fosse il diaframma, ma capivo, quasi in modo rabdomantico, che a un certo punto la mia voce cambiava. Dopo aver avuto l’estasi, o dopo aver recitato molte volte Medea o Fedra, perché pur piccolina sceglievo testi importanti, sentivo che, spingendo i cassetti la mia voce si trasformava, assumeva un fascino oscuro, febbricitante. Certi pomeriggi mi affacciavo alla finestra e parlavo con qualcuno d’immaginario. Sotto c’era un giardino disabitato circondato da un alto muro, per cui i vicini non potevano vedere con chi parlassi, e un giorno incontrando mia madre le chiedono: “Ma è venuto ad abitare qualcuno in quel giardino?”.

Recitavo alla finestra per vedere come andasse la mia voce tanto al chiuso, quanto all’aperto. Mi ritengo un’attrice “fatta in casa”. Mia madre, che, come molti sanno dal film Storia di Piera, nel quale era incarnata da Hanna Schygulla, ha avuto una vita a dir poco spericolata, nei suoi momenti più quieti mi portava ad assistere ad alcuni spettacoli di compagnie locali, amatoriali, perché io cominciassi ad avere un contatto con il Teatro anche al di fuori delle mura domestiche.

Quando inizia il Suo percorso professionale vero e proprio? Un giorno trovai il coraggio e andai da Luigi Gozzi, il direttore del teatro universitario di Bologna. Colpito dalla mia richiesta di audizione disse: “Va bene…”, e io subito “Ho preparato Les Bonnes di Genet, vi faccio Solange”, “Prego”, disse lui, ma io ribatto, pensa tu, “No, io però la voglio fare contro il muro”, perché ero abituata a fare le mie prove in casa. La recitai tutta contro il muro ed evidentemente fui così suggestiva che Gozzi mi prese come protagonista per la messa in scena di Una stirpe di Fritz von Unruh al Teatro La Ribalta di Bologna e lì per la prima volta io entravo in scena. Vennero Renato Zangheri, i fratelli Guglielmi, il pittore Sergio Vacchi, la cerchia culturale e intellettuale di Bologna ed erano sorpresi da questa ragazza, che senza scuole né nulla aveva già un’ottima dizione e una forte presenza in un dramma così a fosche tinte dell’Espressionismo tedesco. Questa esperienza positiva convinse Gozzi a prepararmi all’esame dell’Accademia Nazionale “Silvio D’Amico”. Ma prima dell’esame in Accademia a Roma, vi fu un episodio importante. Massimo Dursi, drammaturgo e noto critico del Resto del Carlino, mi propose per sostituire Livia Giampalmo, che era andata via poiché doveva sposarsi con G. Giannini, nel ruolo di un’ancella ne Il cardinale di Spagna di Henry de Montherlant con Renzo Ricci e Eva Magni. Mi accettarono, così andai a Milano, doveva essere il 1967, e quella fu un’esperienza fondante. Ricci mi aumentava le battute giorno dopo giorno. Quando, alla fine delle repliche lo salutai, gli dissi “Arrivederci commendatore”, lui mi chiese “Dove vai, piccolina?”, io risposi “Torno a casa”, e lui: “Tu torni a casa, ma non ci resti”.

E come andò in Accademia? Lì sono andata a prendere i primi schiaffi, sono stata schiaffeggiata a lungo, direi. Fui bocciata. Mio padre, che in Storia di Piera era interpretato da Mastroianni, rimase molto male per questo rifiuto e con la sua paziente calligrafia scriveva alla giuria dell’Accademia chiedendo spiegazioni. Dopo molto tempo risposero con quella che aveva tutta l’aria di una menzogna… scusa mi fa un certo effetto ricordare questo momento… scrissero che ero già molto avanti nella mia formazione. Questa esclusione mi ferì molto. Ma andiamo avanti. Ebbi poi la fortuna che mia sorella venisse ad abitare a Roma e così andai a tanti provini, tantissimi, per quasi dieci anni… penso, e credimi non è poco. Non venivo mai scelta, mai, mai, è stato sempre così… mai. Allora, andavo a spasso con il cagnolino che avevamo, oppure andavo a trovare mia sorella che lavorava a via delle botteghe oscure, con Luciana Castellina, Nilde Iotti. Andavo delle volte al Senato con Nilde Iotti, perché tanto sembrava non ci fosse la possibilità che passassi i provini… la risposta era sempre “No”, e per molti anni fu “No”. Un giovanotto che frequentavo, un amico di Antonio Calenda, andò da Antonio e gli disse: “Guarda, io conosco una ragazza che vuol far l’attrice, nessuno la vuole”. Calenda lo invitò a portarmi da lui. Così arrivai nello scantinato fondato da Calenda, poi chiamato Teatro dei 101, dove c’erano già, tra gli altri, Nando Gazzolo e Gigi Proietti. Calenda mi fece interpretare Pempelfort, il protagonista maschile di Dieci minuti a Buffalo di Günter Grass. In quel periodo non abitavo più con mia sorella, ma ero andata a vivere insieme a un mio compagno. Ricordo che a casa, al fine di entrare nel personaggio, giravo per la stanza con una scopa tra le gambe: io ero magrissima e credevo così di darmi un ritmo maschile. Sulla scena, vestita da uomo, con un berretto di lana di questi un po’ tedeschi in testa, sembravo davvero un ragazzo. In quel periodo gli intellettuali giravano molto per i teatri off, si andava al Teatro La Fede di Giancarlo Nanni e Manuela Kustermann, al Beat ’72 di Carmelo Bene, a Fontanella Borghese da Leo De Berardinis e Perla Peragallo, che amavo e invidiavo per la capacità di accettare la sua diversità. In breve c’era molto scambio e in tanti vennero a vedere Dieci minuti a Buffalo, e, tra i molti intellettuali, venne anche De Chirico, che dopo la replica mi disse “Bravo tu! Sei stato molto bravo!”, io, che ci tenevo tanto, dissi “Maestro, ma io sono una femmina”, lui mi guardò e con il dito quasi rimproverante ribatté: “Bravo lo stesso!”.

Così capii che dovevo accettare questa mia diversità attoriale e difenderla, anche durante la bellissima vita in comunione tra attori.

Noi dell’avanguardia degli anni Settanta, Carmelo, Leo, Perla, Manuela e gli altri eravamo un gruppo forte, eravamo capaci di esporci senza nasconderci dietro il personaggio. Calenda fu poi chiamato al Teatro Stabile dell’Aquila e lui, era il 1969, fece venire Gigi Proietti e me come protagonisti di Operetta di Gombrowicz. La mia interpretazione piacque molto anche alla moglie dell’autore che era venuta a vederci da Parigi. Vinsi la “Noce d’oro” e quello fu l’inizio di molti “Sì” per me. Voglio ricordare tra questi “Sì”, la mia interpretazione di Cassandra, nel 1970, nell’Orestiade di Eschilo con la regia di Calenda (sempre sotto la sua direzione interpreterò poi Clitennestra nella regia del 2001), Arden di Feversham, con la regia di Aldo Trionfo, La folle di Chaillot di Giraudoux, nel 1972, La figlia di Iorio di D’Annunzio, nel 1973, Antonio e Cleopatra di Shakespeare, nel 1974, con la regia di Giancarlo Cobelli. Questo periodo felice fu interrotto da problemi di salute: degli pneumotoraci spontanei si sono ripetuti finché ho dovuto smettere di recitare e subire molte operazioni. Per un attore essere colpito ai polmoni è come per un ciclista essere colpito alle gambe.

Come è uscita da questo periodo doloroso? Quando mi sono un po’ ripresa, nel 1978, ho interpretato Elettra a Siracusa con la regia di Giuseppe De Martino. Subito dopo, con la regia di Ida Bassignano, debuttai a Milano in Molly cara, tratto dall’Ulisse di Joyce, uno spettacolo che, insieme al libro scritto nel 1980 in collaborazione con Dacia Maraini, Storia di Piera, seguito dall’omonimo film di Marco Ferreri, nel 1983, è stato uno dei momenti più importanti della mia vita. Sia a Milano, sia alla Piramide a Roma, gestita da Memè Perlini e dall’amico recentemente scomparso Antonello Aglioti, Molly cara fu un monologo di clamoroso successo, lo videro tutti. In quel periodo i monologhi li facevano solo gli uomini. Dopo Molly, per ricordare un altro grande successo, ho interpretato, nel 1994, Stabat Mater di Antonio Tarantino con la regia di Chérif. Infine devo ringraziare Antonio Calenda anche per un altro contributo importante che ha dato alla mia vita di attrice, quando mi consigliò di interpretare i testi di Campanile. La prima lettura che feci fu in una trasmissione di Maurizio Costanzo. Fino ad allora avevo sempre o quasi interpretato ruoli di eroine tragiche, mentre con Campanile mi sono lanciata nel Teatro comico e umoristico e credo sia stato un incontro felice, tanto che anche la moglie dell’autore, la signora Pinuccia, mi disse che le era molto piaciuta la mia interpretazione e che anche il marito l’avrebbe apprezzata. Un critico scrisse qualcosa come: “Finalmente l’autore del Povero Piero ha incontrato una Piera”. E molti spettatori milanesi alla fine della performance affermarono: “La m’era antipatica, la m’è diventa’ simpatica”.

Poi il Suo amore per il Cinema… Sì, voglio ricordare Sotto il segno dello scorpione, con i Fratelli Taviani, nel 1968, Medea, con Pasolini, nel 1969, Bisturi, la mafia bianca, di Luigi Zampa, nel 1973, Scherzo del destino, nel 1983, Metalmeccanico e parrucchiera in un turbine di sesso e politica, nel 1996, e per la televisione, nel 1989, Il decimo clandestino e, nel 2010, Mannaggia alla miseria di Lina Wertmüller, che può essere un po’ dura sul set, ma è una persona cui sono legatissima e che mi ha molto capito. Con Cinzia Th Torrini sono stata protagonista in Giocare d’azzardo nel 1982. In Francia nel 1986 ho girato La coda del diavolo di Giorgio Treves. Poi ancora sono stata diretta da Nanni Moretti in Sogni d’oro , nel 1981, e da Aurelio Grimaldi in Nerolio, nel 1996. Ci sono stati altri film, con Manuel Giliberti, Peter Macias, Giorgio Arcelli, e tanti corti con altri bravi registi, ma in particolare voglio ricordare nel 2002 con Marco Bellocchio il film L’ora di religione, La Sconosciuta con Tornatore, nel 2006, Il Divo di Sorrentino, nel 2008, Genitori & figli con Giovanni Veronesi, nel 2010. E poi via via, fino alle fiction, tra cui ricordo Tutti pazzi per amore di Riccardo Milani, nella quale ho interpretato il personaggio di Clelia, che mi ha dato tanta popolarità. In questi anni certamente il Cinema ha avuto per me un ruolo predominante, ma il Teatro è stato importante anche lì, perché io sul set ho rimpicciolito tutto quello che facevo in grande sul palcoscenico.

Lei ha ricevuto anche importanti riconoscimenti. Sì, per il Teatro tre premi Ubu, uno per la mia interpretazione in Molly cara, nel 78/79, regia di Ida Bassignano, uno per Rosmersholm di Ibsen, nel 79/80, regia di Massimo Castri e uno per Madre coraggio e i suoi figli, nel 91/92, regia di Antonio Calenda. Ricordo anche il premio Duse. Per me i premi teatrali sono importanti e non li considero meno dei David di Donatello, dei Nastri d’argento o del Golden Globe che ho ricevuto per il Cinema, anche se il Teatro fa meno rumore e va in giro grazie a faticose tournées.

L’Aquila è stata la città in cui il Suo talento ha trovato finalmente riscatto, la Sua attesa di riconoscimento ha avuto fine, la Sua genialità di attrice creativa è stata capita. Che sentimento ha provato quando ha visto quelle mura, custodi di tanti Suoi ricordi venire giù?

È stato impressionante registrare la voce di uno dei documentari prodotti per l’Aquila, quello di Sorrentino. È stato doloroso vedere quelle strade, per anni mie compagne e amiche, attraverso le quali facevo i miei esercizi di memoria, trasformarsi in un deserto. Ricordo che andavo fino alle 99 cannelle, ascoltavo il rumore dell’acqua, poi tornavo su, andavo dall’Hotel del Parco, dove abitavo, al Teatro Stabile. Ogni posto è guardiano di un mio ricordo, i bar sotto i portici, i luoghi in cui mi fermavo. All’Aquila devo molto, per me era una casa e dentro di me l’ho sempre pensata forte, monolitica, immutabile. Quel silenzio e quelle macerie che il terremoto ha procurato sono una ferita profonda. Quando sono tornata nel centro storico deserto, ho sentito parlare la voce dello spavento. Tutto è chiuso, spezzato, quel terremoto è stato un delitto della natura.

L’altro terremoto della Sua vita è legato alla scomparsa del Suo amico fraterno Lucio Dalla. Quest’associazione con l’Aquila è giusta, perché anche Lucio mi sembrava inattaccabile. Mi diceva: “Guarda, Piera, che quando io muoio voglio diventare un tubetto di dentifricio”, forse perché voleva stare dentro la bocca delle persone, come le sue canzoni. Quando vedo un tubetto di dentifricio non nascondo che mi va il pensiero a questa sua frase. Uno che rideva come Lucio, che ghignava, come diciamo noi in Emilia, non poteva morire.

Ultimamente se ne sono andati due pilastri del Teatro italiano: Mariangela Melato e Massimo Castri. Lei pensa che il Teatro si stia esaurendo con la scomparsa di queste grandi personalità o vede un seme di speranza nelle nuove generazioni? Oggi, nel 2013, dove pensa che stia andando il Teatro? A me sembra che ci sia un crescente interesse da parte dei ragazzi verso il Teatro. Vedo che vengono utilizzati spazi piccolissimi, che molti giovani cercano insegnanti di Teatro e questo mi fa ben sperare. Purtroppo però a me personalmente manca molto la ricerca che facevamo con l’avanguardia degli anni Settanta. Oggi non mi sembra che si faccia più tanta ricerca a Teatro e vedo meno tenacia rispetto a quella che avevamo noi. Una scintilla tuttavia c’è, sento che il Teatro da qualche parte arde. Quel che mi dispiace dei giovani attori è che spesso sanno benissimo l’inglese e studiano meno l’italiano, mentre sarebbe bene che ne avessero più cura. Per quanto riguarda invece queste due importanti personalità che sono andate via, si avverte un grande vuoto. Con Mariangela c’era una familiarità forte. Una volta ci trovammo in due alla fine di una selezione per La monaca di Monza di Testori con la regia di Visconti, all’inizio dei provini c’erano più di cinquecento ragazze. Siamo state sorelle nel lavoro Le presidentesse di Werner Schwab con la regia di Chérif. Mariangela sapeva giocare con la sua parte maschile e con quella femminile, ha lasciato il segno nella storia del Teatro come in quella del Cinema, e la sua scomparsa è un po’ ingiusta, perché attrici così non è che ce ne siano tante. L’ultima volta che ci siamo incontrate al Teatro Argentina, pochi mesi fa, poiché sapevo la battaglia che stava combattendo, le ho sussurrato all’orecchio: “Bravo soldato!”. Lei mi ha risposto: “Senti chi parla!”.

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