Intervista a Lucio Dalla

Quando la SEI edizioni mi chiese l'intervista a una grande personalità bolognese, il mio pensierò andò subito a Lucio Dalla. Riuscii a realizzarla con l'aiuto di Piera Degli Esposti e di Marco Alemanno (sua è la foto qui accanto), e per questo non smetto di ringraziarli.

Fu solo un dialogo al telefono, peccato, ma questo non gli impedisce di essere stato un bel dialogo. Quando ho chiamato il cantante stava allenandosi, correva sul tapis roulant, e, concedendosi una pausa, mi ha detto quanto leggerete.

Nelle domande c'è una mia ingenuità (era il giugno 2011 e mi mancava parecchia grammatica giornalistica), Dalla mi disse di dargli del "tu" e io poi quel "tu" l'ho riportato senza filtri nell'intervista. Lascio anche qui quel "tu", come il "lei" che mi sfugge nell'ultima domanda: testimoniano la mia stima, ma anche un comprensibile senso di inadeguatezza di fronte a un poeta moderno così profondo e anticonformista.

Questo è il testo orginario, grezzo, della mia intervista, segue il link alla pubblicazione della SEI edizioni (con i tagli):

Lucio, tu nasci a Bologna il 4 marzo 1943, come recita il celeberrimo brano che ha contribuito a portarti al successo con il grande pubblico. Come era, agli occhi di Lucio Dalla, la Bologna di quegli anni, come è oggi?

Come in tutte le cose c’è stata una mutazione, ma non è da allora. La mutazione, per come stiamo vivendo, c’è ogni anno, è un progressive costante. Certo che io ho dei ricordi della mia città nei primi anni della mia vita che sono veramente, assolutamente opposti alla realtà che la città ha oggi. Negli anni del dopoguerra era una grande città, una città sotto tutti i punti di vista straordinaria, anche da un punto di vista organizzativo-sociale. Nei primi anni dal dopoguerra in poi c’è stata una grande rinascita, come del resto capitava all’Italia, un grande recupero. Bologna in particolare era diventata un centro culturalmente importante: è stata la prima città a creare gli asilo nido, a proporre una scuola molto evoluta, era un esempio anche a livello europeo, molte città studiavano la sua economia, la sua finanza, la nascita delle cooperative. Insomma, è stato un periodo straordinario che purtroppo, ahimè, adesso è finito, è una città che è un po’ in posa adesso. Resta una città bellissima, straordinaria, meta dei turisti anche meno di quel che meriterebbe: ci sono dei capolavori artistici incredibili, è il centro urbano medievale più grande d’Europa, a parte il fatto che ci sono delle bellezze assolute, da Michelangelo, a Giotto, ci sono tutti i pittori della controriforma, Guido Reni, i Carracci. Insomma è una città sotto tutti i punti di vista straordinaria, con un po’ di freno e, progressivamente, sempre di più andando avanti. È un freno che nasce da una specializzazione che è arrivata successivamente. Se prima era una città della cultura, adesso è una città degli immobiliaristi, per dirti. È una città che ha questo sviluppo, che secondo me è implosivo da un punto di vista culturale, ha un altro tipo di brand, di marchio. Rimane di positivo che è una città con la più vecchia università del mondo, università che ha ancora delle punte alte, ci sono 110.000 studenti, quindi quasi metà della città è fatta dal popolo universitario. Ci sarebbe bisogno di un altro atteggiamento, proprio per sfruttare il senso positivo, culturale, questa presenza che le porta energia. È una città un po’ bloccata, oggi.

Negli anni Settanta collabori con il poeta bolognese Roberto Roversi dando alla luce gli album “Il giorno aveva cinque teste”, “Anidride solforosa”, “Automobili”. Come è stata questa esperienza e più in generale qual era l’ambiente culturale bolognese in quegli anni?

Ma sai, quegli anni vivevano ancora dell’appeal, del valore culturale che aveva la città prima. Per dirtene una: io ho fatto il Liceo Ginnasio Galvani dove, in una delle classi, la III A, c’erano Roversi, Pasolini, Alfonso Gatto, Volponi, un’elite di menti, di scrittori, di poeti, tanto è vero che io frequentando Roversi, spesse volte, lavorando con lui, ho incontrato Pasolini e mi raccontava Roversi che addirittura il professore di Lettere, che era lì al liceo, era costretto, quando consegnavano i temi, a dare dei voti che arrivassero fino al 13 e al 14, per fare una differenziazione delle punte di scrittori che c’erano in quel fortunatissimo terzo liceo. Quindi il clima era straordinario, veniva spesso Buttitta da Roversi. Poi in realtà io ho imparato tutto da Roversi, facendo questi sette anni di lavoro con lui. Subito dopo, io ho cominciato a scrivere i miei testi, ma posso dire che Roversi è stato mio Maestro, oltre che mio ispiratore. E poi considera che a Bologna è nato il DAMS, c’erano professori straordinari, partendo da Eco che è stato uno dei fondatori, ma anche Squarzina per il teatro, per la musica Roberto Leydi, insomma era una punta grossa. Io poi ho avuto la laurea honoris causa lì a Bologna. C’era attenzione per quelli che erano i segnali culturali nuovi, le mutazioni culturali, una percezione costante dell’aspetto sociale della cultura. Oggi ogni tanto ci sono delle punte, ma non c’è più il serbatoio culturale che c’era prima.

Nell’88-89 fai una tournée con un altro artista emiliano, Gianni Morandi. Ma in Emilia-Romagna insieme a te e a Morandi sono presenti altri grandi cantanti e cantautori, pensiamo a Samuele Bersani, Francesco Guccini, Luciano Ligabue, I Nomadi, Vasco Rossi, Zucchero e altri ancora. Come spieghi questa concentrazione, c’è un humus particolare che fa fiorire questi straordinari talenti?

Guarda, nel brand, nell’archetipo della società emiliano-romagnola ci sono molti segni, molte punte. Se pensi anche al cinema, una grandissima parte del cinema italiano è stata fatta da emiliani e romagnoli. Pensa solamente Fellini, Pasolini, Bellocchio, Bertolucci, Florestano Vancini.

Poi un altro brand emiliano-romagnolo sono i motori. Pensa a Ferrari, Maserati, Ducati, tutti i grandi piloti, pensa a Valentino Rossi. Forse è proprio la location della città rispetto all’Italia, il fatto che sia al Nord, però è al Nord come Firenze, siamo vicini al Centro, in una via di scorrimento per andare su e giù: la via Emilia è stata importantissima. Poi Bologna Tra Duecento e Trecento è stata la prima a fare uno statuto di liberazione dalla schiavitù. Nel Duecento è stata una città all’avanguardia, è stata la città che insieme alle altre città dell’Emilia ha sconfitto Federico II a Parma. È una città dove fino a un certo punto l’aggregazione ha creato grandi scintille di energia. Qua ha vissuto per un lungo periodo Dante, ha incontrato Guinizzelli, sono successe molte cose importanti. L’Alma Mater è stata la prima università nel mondo, poi viene la Sorbona, poi Salamanca. Insomma è stata una città determinante sotto molti punti di vista, e poi una città che si è fermata. C’è ancora qualcosa, ma è in posa sotto l’aspetto culturale. Rimane una città Florida, però si è intristita, perché non ci sono più queste botte di creatività che sono state nel suo DNA per tanti anni, tanti secoli.

Lucio è però un eclettico, tu ami moltissimo l’arte e hai curato a Bologna una galleria d’arte contemporanea, la No Code. Come nasce questo amore, come si esprime? Quali altri grandi passioni nasconde Lucio Dalla?

Beh, sai io faccio molte cose. Adesso sto facendo tre colonne sonore per dei film. In più ho fatto regie per la lirica, ho fatto una regia di Stravinskij che è andata anche in Irlanda al Wexford Opera Festival, ho fatto una regia di Prokofiev e ho avuto anche la fortuna di avere alla prima il figlio di Prokofiev che compiva gli anni. Sono tutta una serie di commistioni, circostanze che mi hanno visto partecipe.

Ho anche insegnato a Urbino per due anni all’Università, ho fatto corsi qua e là, alla Federico II a Napoli, alla Normale di Pisa. Questo mio modo di essere quasi a 360° fa parte del mio modo di vedere le cose. Non sono specializzato in niente e tantomeno vorrei esserlo: questa forsennata corsa alla specializzazione è uno dei sistemi più paradossali, fatto apposta per creare la disoccupazione mentale, tu non ti puoi fissare su un argomento e tenere solo quello come input per la tua esistenza. Il mio modo di vedere diversamente mi porta a fare cose differenti tra di loro: scrivo, anche per la televisione. Ecco, non è che mi do da fare, mi piace fare e questa è un po’ la caratteristica di Bologna e dei bolognesi e del loro modo di essere fino a un po’ di tempo fa. Per cui Bologna ha anche questo brand canterino, musicista: Bologna ha avuto i festival del jazz più importanti in Europa negli anni Sessanta. Io da ragazzino ho suonato due anni con Chet Baker, per dirti. Era un merito proprio dell’humus che si viveva nella città: c’erano grandi artisti, grandi musicisti, grandi pittori. Non voglio assolutamente parlar male di Bologna, anche se ne avrei dei motivi da un punto di vista culturale, però oggi si è un po’ fermata. Il mio gusto per l’Italia oggi comincia da Roma in giù, il Sud è un’altra cosa, pur con tutte le sue problematiche, ho casa in Sicilia, alle Tremiti, la barca a Napoli. Quando voglio sentire le cose in maniera diversa e soprattutto viverle vado giù. Però se devo lavorare e devo organizzarmi sposto tutto a Bologna, perché qua ho gli studi, gli uffici, qua si lavora bene, in questo senso, però si pensa meno bene rispetto ad anni fa.

Tornando a Bologna, la canzone Dark Bologna recita “Bologna sai mi sei mancata un casino”, ma penso anche a Piazza Grande, dedicata a Piazza Maggiore. Quanta parte hanno la tua città e la tua regione nell’ispirazione delle tue canzoni?

Considera che io parto da lì, indipendentemente dal fatto che l’infanzia dà delle caratteristiche che poi ti rimangono, c’è proprio un tessuto sociale, un modo di interrogarsi, quando io sono qua, che è diverso rispetto a quello che ho nei posti in cui mi piace vivere di più. L’efficienza produttiva qua la ho immediatamente, però l’ispirazione vado a prenderla fuori. Questo è il punto, sono più numerose le canzoni che ho scritto fuori che non quelle che ho scritto a Bologna. Poi ci sono canzoni come Disperato Erotico Stomp, che è proprio uno spaccato di una notte passata a Bologna. Nel momento poi in cui la mutazione è stata ancora più esplosiva, quando ci furono i moti del ’77, la rivolta studentesca, dieci giorni di follia collettiva, sia da una parte che dall’altra, la città sembrava quasi una città in preda a moti rivoluzionari, anche a moti di violenza, ci furono cariche della polizia, ci fu anche un morto. Era la Bologna di Radio Alice, c’erano molti intellettuali … poi da lì in poi è cambiato tutto, insieme ad altri segni, ad altre occasioni, però direi che questa mutazione della fine ’70, inizi ’80 è stato l’inizio di un declino. Per carità io non li rimpiango per niente, tutt’altro quei giorni lì sono stati giorni terribili per i bolognesi. Ecco, però da lì in poi è cambiata la città, c’è stata la strage alla stazione, come se fosse stata una città messa contro il muro con il tentativo di fucilarla, di bloccarla, di chiuderla in se stessa. Cosa che poi è abbastanza, non completamente, ma è avvenuta.

Bologna ti unisce anche a una grande attrice italiana: la tua amica Piera degli Esposti, che in un’intervista a Daria Bignardi hai definito la più bella e intelligente attrice italiana. Quando nasce la vostra amicizia? In generale, qual è il tuo rapporto con il Teatro?

Con Piera eravamo alle elementari insieme, quindi è lunghissimo il nostro rapporto. Io ero in banco con suo fratello quando ero alle elementari e poi conosco Piera da quando siamo ragazzini, la stimo e secondo me è una delle più importanti attrici italiane e non solo di Teatro, è un personaggio straordinario. Ci frequentiamo di più adesso, abbiamo passato un lungo periodo senza vederci, adesso siamo molto più in contatto, anche perché con me lavora Marco Alemanno, che è un amico di Piera, un attore che fa Teatro e che ha lavorato con me quando ho fatto le regie allo Strehler e le regie delle opere liriche. Ho fatto regie sempre particolari, appunto del Pulcinella di Stravinskij o dell’ Arlecchino di Ferruccio Busoni o della Beggar’s Opera di John Gay, che è un’opera del Settecento inglese. Ho anche riscritto la Tosca, musica e testi, e ho fatto la regia e in generale non farei mai interventi in cui la parte registica sia legata all’aspetto mastodontico dell’operazione teatrale, mi incuriosisce la trasversalità. Piera la vedo questa grande attrice nel teatro particolare in cui lei è imbattibile e insostituibile, cioè il teatro curioso, il teatro intelligente, il teatro che non è mai ripetitivo, il teatro che, con tutto il rispetto, è il contrario di Pirandello, o di Svevo, del teatro massiccio, da vivere con retorica (pur essendo straordinario anche quello). Mi sento più legato a quel teatro di cui Piera è la regina.

La tua intelligenza artistica, la tua cultura e il tuo eclettismo ci permetterebbero di parlare a lungo di moltissime cose. Soffermiamoci però brevemente sulla tua canzone più famosa nel mondo: la bellissima Caruso.

Da una parte questa canzone testimonia la mia passione per il Sud e per tutte le sue manifestazioni. Io credo che la canzone napoletana in particolare sia, da un punto di vista pop, ma anche letterario, una delle canzoni di più alto livello contenutistico e in tutti i sensi a livello mondiale. Un’ora prima di cominciare a scrivere questa canzone non avrei mai pensato di comporre una canzone così, perché era proprio contraria alle mie caratteristiche, però ero in barca, tra Capri e Sorrento e vivevo già la suggestione di quel mondo lì. Poi mi si ruppe la barca e fui trainato da un amico che era proprietario di un albergo di Sorrento. Mi venne a prendere, misi la mia barca nel porto di Sorrento, quindi il proprietario dell’albergo dove morì Caruso, che era l’Excelsior Vittoria, mi ospitò nella camera dove morì Caruso. Mi raccontarono la storia degli ultimi giorni di Caruso e queste cose mi stupirono a tal punto che proprio mi uscì dalle mani e quindi anche dal cuore, dalla mia sensibilità, questa canzone, che se non fossero successe tutte le cose precedenti non avrei mai scritto… e né mai avrei immaginato che sarebbe arrivata a vendere 38 milioni di dischi, cantata da molti. Il disco vendette molto in Italia, ma poi anche in Francia, in Germania, ma poi fu cantata da moltissimi cantanti, è diventata un classico, un po’ un terreno di sfida per tutti i cantanti tra il pop e la lirica.

Vorrebbe aggiungere qualcos’altro, magari sul suo ultimo tour con De Gregori?

L’ultimo tour con De Gregori finalmente è finito. Lo dico con grande allegria perché è stato piacevolissimo, però di un’intensità… pensa che son stati 106 concerti in un anno e mezzo, quindi una follia, più gli inediti che abbiamo fatto, più le televisioni. Adesso è cominciato un altro tipo di corso, sto finendo il mio nuovo disco, mi sto dedicando, come dicevo, a tre colonne sonore di film, una l’ho finita, un film che ha protagonista il nipote di Kennedy, girato a Bologna, poi in questo momento sto lavorando all’ultimo film di Avati e infine sto lavorando da due anni a un Pinocchio che andrà a Cannes l’anno prossimo, con l’animazione di Enzo D’ Alò e i disegni di Mattotti. Quindi da un mese, finito il tour con De Gregori, ho cambiato vita, sto facendo tutte queste cose, mi interesso anche di Teatro, seguo Marco Alemanno che fa dei reading poetici, per i quali io scrivo la musica. Quindi ho vari progetti tutti diversificati e questa è la ragione per cui continuo a divertirmi e non mi annoio mai: è difficile che io abbia due scarpe uguali, una è sempre diversa.

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